Rubrica | Numeri

Angelo Narducci raccontato da Don Peppino Merola

Scritto il 25 gennaio 2010 da

“E’ il momento di una mobilitazione generale che non vuol dire integralismo”

di Dante Fasciolo

“Ognuno può intendere d’essere cristiano come meglio crede: ma una cosa è certa.

Che la Chiesa è in agonia sino alla fine dei tempi e che agonizzare vuol dire prima di tutto combattere, intendere le ragioni, i colpi, la spada degli altri, ma anche essere consapevoli

della forza che si ha in sé e la necessità di farla emergere dalla nebbia degli avvenimenti”

Ciò che scriveva Angelo Narducci, direttore dell’”Avvenire”, il 17 febbraio del 73, è per

molti versi di evidente attualità; oggi che la Chiesa è fatta bersaglio, in Italia, in Europa,

nel Mondo, di molteplici incomprensibili attacchi.

Anche di questo si è parlato nell’incontro presso la Radio Vaticana, alla presentazione del volume

“Angelo Narducci : giornalista, poeta e politico” di Giuseppe Merola, pubblicato in occasione del

venticinquesimo dalla scomparsa.

L’omaggio che la Libreria Editrice Vaticana, L’UCSI – Unione Cattolica  Stampa Italiana , e l’Aracne, hanno voluto offrire alla presenza di un qualificato pubblico, non ha inteso essere un

semplice excursus della vita del Narducci, piuttosto sottolineare le caratteristiche del suo impegno

in anni difficili della vita della Chiesa e della Nazione vissuti con l’ansia del cristiano, consapevole del suo ruolo di direttore del giornale dei cattolici italiani prima, e di europarlamentare poi, agli albori di una politica europea che iniziava ad incidere sui comportamenti delle legislazioni nazionali e sulla vita dei cittadini europei.

Negli anni del suo impegno, Angelo Narducci ha visto scorrere tempi drammatici, l’ impeto e la violenza: la contestazione, il terrorismo, i cosiddetti anni di piombo, nel nostro paese; la guerra del Vietnam e la contrapposizione tra Usa ed Urss , nel mondo; le vicende del divorzio e dell’aborto, nella Chiesa. In ogni occasione il suo ruolo di giornalista responsabile della testata “Avvenire”, ha imposto una linea professionale capace di rivelare la qualità migliore dello spirito proprio e dei suoi collaboratori, altresì testimoniare un profilo di alta statura morale e culturale che ha segnato un punto d’onore al giornalismo italiano e alla comunità dei cattolici.

“Domani la vita potrebbe privarci, scrittori, poeti, pittori, giornalisti, delle mani, della parola, della penna, ma niente può privarci del nostro essere cristiani: tutto è subalterno a questa nostra vocazione d’essere cristiani, a questa capacità di essere comunità, Chiesa, che è viva, anche in quanto ognuno di noi, personalmente, è vivo, libero, responsabile: E’ il momento di una mobilitazione generale che non vuol dire integralismo, rifiuto del dialogo, rifiuto di incomprensione, ma molto più semplicemente, tende a rendere presente e visibile dentro di noi stessi e nella storia quell’umanesimo planetario al quale siamo chiamati”.

Queste parole di Angelo Narducci, dettate in tempi difficili ieri, possono ben essere

ripetute oggi, come ha tenuto a dire Angelo Paoluzi, che firma la prefazione del volume, il quale ha partecipato alla presentazione del volume stesso insieme ad Angelo Scelzo e Marco Tarquinio, direttore erede dell’impegno giornalistico dell’ ”Avvenire” .

Angelo Narducci

Di me se vuoi una immagine,

Ricorda il ragazzo ventenne

Che leggeva versi al tavolo di un bar

E se alzò il volto dalle pagine

Fu un arrossire.

ANGELO NARDUCCI


Comunicato

1 Commenti per questo articolo

  1. Direttore Scrive:

    La bella poesia di Angelo Narducci, quella che dice. “e se alzò il volto sdalle pagine / fu un arrossire” mi ha ricordato un episodio della nostra amicizia. Lui dedeva a tavola della mensa della scuola della Camilluccia con Franco Salvi, un sicuro garante di austerità e di severita. Io, non ricordo perché dissi qualcosa sulla necesita di risparmiare sulle spese non necessarie. Angelo arrossi violentemente senza nessuna ragione apparente. Credevo che stesse male, ma aveva di queste reazioni. Da lì mi resi conto di quale profonda sensibilità fosse ricco e di quali emozioni la sua fragilita si nutrisse.

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