Caro Pierino,
ho letto con interesse il tuo arguto commento alla dichiarazione di intenti del primo numero di Camaldoli, nel quale ci poni interrogativi “birichini” commisti a critiche più serrate.
Dopo aver alquanto riflettuto sul tuo testo ho pensato che meglio di me avrebbe risposto Bartolo Ciccardini che da tempo medita su questi temi. Ho, quindi, girato a lui il tuo scritto. Puntualmente egli mi ha inviato le sue considerazioni che sono una sapida e libera reinterpretazione dei canoni papali e dei precetti evangelici.
Ma prima di riportare la risposta ciccardiniana voglio farti una obiezione di fondo che mi affiora ogni volta che vivacemente (e amichevolmente) discutiamo, come ancora venerdì scorso nel nostro incontro di Reggio Calabria. Ho la sensazione che per te la “modernità” sia un valore in sé, ma così non è. Sarebbe come elevare a valore assoluto tout court un periodo storico che come tutti i periodi storici sono un misto di luci e di ombre. L’analisi critica deve fondarsi su altri principi interpretativi per enucleare ciò che è veramente vitale e che resta essenziale per la civiltà di un popolo. Ma qui il discorso diventa complesso e lo riprenderò più in là, aspettando nel frattempo, le tue nuove “bordate”. Eccoti, intanto, come seguito della mia breve lettera, il testo di Bartolo Ciccardini.
Con affetto
Gerardo Bianco
Pierino Rende pietrorende@libero.it ha inviato un commento alla “dichiarazione di intenti ”scritta da Gerardo Bianco, in apertura del nostro primo numero di Camaldoli. ( www.camalddoli.org )
Il commento è una critica corrucciata, che, siccome un cardo, contiene sotto le spine una polpa gustosa e meritevole. Pietro Rende pone tre problemi: per primo, il confronto tra fede religiosa e mondo reale, quindi il recupero di una tradizione cristiana progressista per non ripetere l’esperienza della contrapposizione alla rivoluzione ed, infine il terzo: come salvare Parlamento, legge elettorale democratica e Costituzione. Senza di che, secondo Pietro Rende noi saremmo integralisti, reazionari, e lassisti.
E, poichè abbiamo parlato di un “non expedit”: (un passo indietro rispetto al confuso dibattito politico) e di un evangelico “colligite, quae superaverunt, fragmenta” esplode in un sarcastico: “…complimenti per il primo numero: divino…chiedo: solo un altro non expedit, per raccogliere gli avanzi ?”
Il “non expedit”, l’astenersi dall’agone politico, non solo è utile per formulare un giudizio più complesso, ma è una necessità, perché non si vede nel nostro panorama una forza politica in grado di ragionare a lungo termine sui problemi. Non solo della nostra legge elettorale, del parlamento nominato e della nostra Costituzione insidiata, ma addirittura del problema che tutti li contiene: cosa è oggi e cosa si appresta a diventare la Nazione italiana ?
Quando i piemontesi vennero a Roma, Theodor Momnsen chiese a Quintino Sella con quali idee si erano insediati a Roma, sottolineando che non si poteva stare a Roma senza un progetto universale. Lo statista rispose che Roma sarebbe diventata la capitale del progresso. La Nazione italiana aveva il significato rivoluzionario della vittoria dei lumi nei confronti dell’altare.
Ma quella idea di Nazione aveva due padri: l’avevano inventata i cattolici immaginando una vocazione universale dell’Italia, quando i giacobini ai tempi della rivoluzione francese non avrebbero mai pensato, come Cavour stesso mai pensò, ad un Italia unita. Fu il reietto Mazzini che sdoganò l’idea nazionale fra i rivoluzionari. L’Italia nacque in un profondo conflitto fra due padri, in una contrapposizione fra “renovatio” cristiana e rivoluzione illuminista. (Non fra reazione e progresso)
Nelle catastrofi si raggiunse una reciproca intesa sul significato nazionale. Prima, quando nella guerra mondiale i cattolici fecero il loro dovere e potettero così uscire dal “non expedit” e fondare il Partito Popolare, la cui importanza fu più capita da Gramsci e da Gobetti che non da Giolitti. E poi, alla morte dello Stato nazionale, nella Resistenza, “renovatio” e rivoluzione (cattolici, laici e comunisti) si ritrovarono in un compromesso storico che ridefiniva il compito dell’Italia nella sua Costituzione e nelle sue scelte europea ed atlantica.
La vita democratica non ebbe una strada facile e De Gasperi intraprese la costruzione della democrazia realisticamente nei limiti necessari di una società che doveva raggiungere ancora il livello di modernità. Il progetto di “renovatio”, che aveva avuto con Dossetti la massima espressione alla Costituente, cedette volontariamente il passo ”perché si conservasse lo stato per la rivoluzione”. Si realizzò così un quadro democratico non ottimale, ma possibile. Questo nuovo stato nazionale, incompleto ma vero, costruito sulla contrapposizione di cattolici e comunisti, è imploso per la crisi dei partiti che ne erano stati i padri ed i gestori. Torna d’attualità la “renovatio”. Torna all’ordine del giorno la definizione dell’unità nazionale come vocazione a compiere un dovere italiano, nei confronti di un futuro governo mondiale, nei confronti di una europa unita, anche per l’unità delle tre confessioni cristiane. Nei confronti, infine, di una umanità compassionevole e generosa. Solo in una rinnovata idea dell’unità nazionale salveremo Costituzione, Parlamento e, se Dio vorrà, riavremo una legge elettorale onesta.
Questo non ci esime da lottare giorno per giorno, anche se pensiamo al futuro. Faccia pure, Pietro Rende, laborosiamente impegnato nella realtà calabrese, i referendum, le alleanze, i comitati di difesa, e saremo con lui.
Siamo certi, come Manzoni e come Rosmini, che l’impegno dei cattolici in politica per liberare la nazione italiana dalla decadenza porterà frutti anche alla cristianità italiana. Forse che, la lunga sofferenza dei cattolici democratici, la loro ricerca di autonomia e responsabilità, il loro accollarsi gli errori lasciando agli altri la gloria, non è servita a maturare le decisioni del concilio.
Ma oggi che Bagnasco sogna “una nuova leva” dei cattolici in politica, dove mai potrebbe nascere questa generazione ? Non sembra evidente che questo sogno si avvererebbe se i costruttori di pace che si occupano della Bosnia e dell’Africa, decidessero finalmente di occuparsi dell’Italia ?
Dell’Italia si occupano, con molto amore, i Papi, ma non i Vescovi, che non sanno difendere neppure i loro direttori di giornale; non i parroci, che non riescono a proporre ai nostri comuni servizi decenti per la famiglia, mentre i credenti, non sono spenti dalla rivoluzione secolarista, ma all’ottundimento televisivo. Ai tempi del “non expedit” non era così.
C’è infine una necessità pratica che è proprio quella di “colligite, quae superaverunt, fragmenta”.La confusione, la rozzezza delle tesi politiche attuali, se non viena affrontata con un grande progetto nazionale potrebbe aggravare le divisioni sui giudizi politici quotidiani. Come si può vedere, non abbiamo mai nominato quella persona volutamente di cui tutti parlano. Non ci lasciamo distrarre.
A Roma come diceva Mommsen, ci si sta solo con un grande progetto.
I principi generali di una società nuova ci sono. L’aspirazione dossettiana ad una rigenerazione della comunità nazionale ritorna attuale. Manca la temperie, lo slancio, l’impegno morale che era naturalmente fiorito nella resistenza.
Il grido di dolore del parroco di Favara per due morti non accettabili, ci dice che i cristiani avvertono l’orrore di una società sprofondata nell’indifferenza, nelle’egoismo e nella vacuità. Il vescovo per protesta tace e ne ha ben d’onde. Ma il “servizio civile” dei cristiani si manifesta solo con i funerali delle vittime o c’è bisogno di altro? Siamo forse soltanto le prefiche delle sciagure nazionali ?
E desiderare, invocare e studiare questo qualcos’altro e costruirne la cultura è forse solo un “altro
non expedit per raccogliere gli avanzi ?”
Bartolo Ciccardini











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febbraio 3rd, 2010 alle 19:33
Carissimi Gerardo e Bartolo,grazie dell’attenzione al mio commento e spero del diritto di breve replica solo per precisare che non mi sono mai sentito modernista,almeno nel senso Murriano, e che non vi ho mai giudicati reazionari ma solo forse “laudatores temporis acti” senza però dimenticare le battaglie che abbiamo condotto insieme per il rinnovamento e contro la degenerazione dei partiti delle tessere.Ma adesso la libertà del Parlamento è in pericolo, dopo essere stato nominato viene giudicato incostituzionale dal superMinistro dell’economia se si permette di approvare un emendamento che vieta compensi ai manager superiori a quelli dei parlamentari, già bersaglio di denigrazioni facilmente riconducibili alle comproprietà editoriali dei primi.Neanche quando studi molto accreditati dimostrano che il divario tra stipendi percepiti nella stessa azienda è di uno a cento il Parlamento può preoccuparsi di dare un buon esempio di coesione sociale, propria e altrui. Nel resto del mondo mercatista, invece, da Obama a Sarkozy, i bonus dei manager vengono ormai tassati ad hoc e viene imposta la divisione tra credito ordinario e di investimenti. Il Ministro Tremonti ha dichiarato che il Parlamento non è la sede idonea ad occuparsi della riforma delle nuove Regole “strategiche” del sistema finanziario, dimenticando che la prassi contraria ha condotto alla sottopatrimonializzazione degli istituti di credito e alla Grande Crisi odierna.Altro che invadenza della politica!Altro che rimproveri di facciata ai banchieri che restringono il credito alle imprese se poi l’immunità del loro status è ben superiore a quella del massimo organo di democrazia rappresentativa e di tutela degli interessi popolari.