Altre vittime di una grave disinformazione.
Il dottor Ernesto Guevara, come ministro del lavoro del Governo cubano di Fidel Castro, organizzò a Cuba posticini noti altrove con la denominazione di “campi di concentramento”; in tali ameni posticini, da lui creati, furono concentrati gli oppositori politici, i sacerdoti cattolici ecc.
E come avviene in casi del genere, mpolti terminarono nei campi del dottor Guevara la loro vita.
Le comparazioni tra cristianesimo e Guevara del testo redazionale corredate sdei biasimi verso Castro o il Presidente della Corea del Nord, sono dei gravi spropositi.
Anzi, a volerla dire tutta, il “patentino” da “cristiano cattolico”, a meritarselo, dovrebbe essere proprio Castro.
Pochi sanno che il buon Fidel, anche a battaglia di Santa Clara vinta e ad Avana conquistata, negava decisamente di essere comunista, tant’è che nel proprio studio da Capo del Governo cubano non esibiva l’immagine di Marx, ma esponeva in bella mostra quella di Sant’Ignazio.
Fu solo negli anni successivi che si apprese da Castro che lui era in verità comunista: prima lo ignoravano anche i più fedeli tra i “barbudos”.
Ma per dirla proprio tutta tutta, al tempo della presidenza di Fulgenzio Batista, per capirsi il “dittatore cattivo e corrotto” che scappa in aereo portandosi dietro il pianoforte presente in tutti i film su Che Guevara, ma in verità uomo politico di sinistra con forte base di consenso popolare in tutta l’isola, il Partito comunista cubano esistava, non annoverava tra i propri iscritti nè il dottor Guevara nè tanto meno Fidel Castro e… sosteneva il governo di Batista… nel quale aveva… due ministri.
Ora, poichè non c’è nessuna ragione per considerare i dirigenti del Partito comunista cubano di quell’epoca meno intelligenti o più scemi di quelli di casa nostra, si deve concludere che Castro e Guevara formalmente “cacciarono” il Partito comunista da Cuba, e non che ve lo insediarono.
Circa l’attribuzione della morte del fondatore dei campi di concentramento cubani alla scelta di “morire per un’utopia” è uno spiacevole infantilismo della redazione; in verità Guevara scelse semplicamante di fare nel resto dell’America latina quallo che aveva fatto a Cuba, dove il capo era Castro e non lui, e l’isola era “troppo stretta” per tutti e due.
Il dottor Ernesto Guevara morì di morte violenta, così come era vissuto, e la sua testa, tagliata dai militari boliviani, finì daprima mostrata al popolo di quel paese, e di poi sulle magliette di giovani tanto idealisti quanto disinformati.
Ah, redazione monella et birichina!
RISPOSTA DELLA REDAZIONE
Caro Nicastro,
non discutiamo neppure un momento le tue precisazioni che saranno verissime. Ma questo non toglie e non aggiunge nulla al vero problema. Con la sconfitta di un comunismo ingiusto che andava combattuto, non abbiamo ottenuto nessuna vittoria. Qualcuno si è impadronito della nostra vittoria e questo qualcuno non ci piace. Uno scrittore politico che certamente non è di sinistra Giovanni Sartori dice: “…il Prodotto interno lordo, del mondo è di 54 trilioni di dollari, mentre gli attivi finanziari globali risultano quattro volte tanto, di addirittura 240 trilioni di dollari. Oggi, con i derivati e altre furbate del genere, questa sproporzione è ancora cresciuta di chissà quanto. E questa sproporzione non solo è di per sé malsana ma modifica la nozione stessa di sistema economico, di economia.
Semplificando al massimo, da un lato abbiamo una economia produttiva che produce beni, che crea «cose», e i servizi richiesti da questo produrre, e dall’altro lato abbiamo una economia finanziaria essenzialmente cartacea fondata su vorticose compravendite di pezzi di carta.
Il problema è la sproporzione; una sproporzione che trasforma l’economia finanziaria in un gigantesco parassita speculativo la cui mira è soltanto di «fare soldi», di arricchirsi presto e molto, a volte nello spazio di un secondo…”
L’utopia di San Paolo: “Chi non lavora, non mangi” non si è avverrata. Anzi chi lavora ha poco da mangiare e chi specula possiede il mondo.
Quindi la nostra battaglia non è finita ed il rispetto per un combattente che non ha voluto arrendersi al fallimento della sua utopia, fa parte del nostro patrimonio.
Giovedì 8 Luglio 2010 (Il Corriede della Sera)
IL MITO DI CHE GUEVARA di Sergio Romano
EROE DI RIVOLTE IMPOSSIBILI
Impegnato in una ricerca di studio sulla storia di Cuba, mi sono imbattuto in alcune domande che, dopo 43 anni, sembrano ancora senza risposte certe: perché Ernesto Che Guevara, il «guerrillero heroico», è morto da solo, in un paesino del Sud America, fucilato nel 1967 su ordine di generali boliviani? Cosa ci faceva in quel posto, senza i suoi uomini e senza alcuna possibilità di salvezza? Quali sono le risposte che gli storici considerano più attendibili?
Lino Intorriaco, schiavonetevere@tiscali.it
Caro Intorriaco, Non credo che la vita di Che Guevara rappresenti, dal punto di vista storico, un problema. Conosciamo la sua formazione, il suo ruolo decisivo negli scontri militari che precedettero il successo della rivoluzione castrista. Sappiamo che fu deluso dal rapporto opportunistico stretto da Castro con l’Unione Sovietica e che nel 1965, durante un convegno ad Algeri sulla solidarietà afro-asiatica, pronunciò un discorso in cui denunciò i vincoli politici che l’Urss imponeva ai suoi alleati. Abbiamo notizie, sia pure indirette, del suo tempestoso incontro con Castro al ritorno da Algeri e sappiamo che i due uomini presero di comune accordo strade diverse. Fidel sarebbe rimasto all’Avana e avrebbe continuato a governare l’isola, mentre il Che avrebbe lavorato a diffondere nei Paesi sottosviluppati il verbo della rivoluzione. La rottura ricorda per certi aspetti quella fra Stalin, deciso a realizzare il socialismo in un Paese solo, e Trotsky, profeta della rivoluzione. Ma il divorzio fu consensuale e Castro, come vedremo, si dimostrò più scaltro e prudente di Stalin. Dopo un breve passaggio dal Congo, Che Guevara decise di cominciare dalla Colombia dove arrivò nel novembre 1966 con un piccolo gruppo composto da sedici compagni. Era convinto che nel Paese esistessero le condizioni per una grande rivoluzione contadina e che ad appiccare il fuoco della rivolta sarebbe bastata la scintilla del suo entusiasmo. Non capì che i contadini erano troppo poveri, isolati, superstiziosi e ignoranti per avere una benché minima coscienza di classe. Accolto freddamente nei villaggi, costretto a mendicare l’acqua e il cibo, braccato dalle truppe governative, il Che, dopo qualche scontro sanguinoso, cadde prigioniero e fu trasportato nella scuola di un villaggio, La Higuera, dove rimase fino a quando i suoi custodi ricevettero dalla capitale un messaggio laconico e inequivocabile: «Non vogliamo prigionieri». Fu detto ai giornalisti che era morto in combattimento, ma la stampa internazionale, dopo avere visto il suo corpo crivellato da nove colpi e ascoltato la relazione del medico legale, non tardò a capire che era stato freddamente ucciso dopo la cattura. Nessun uomo di Stato comunista, probabilmente, versò una lacrima e Castro, in particolare, dovette essere felice di non avere più al suo fianco l’uomo che lo avrebbe continuamente rimproverato di avere tradito la rivoluzione. Ma tutti, apparentemente, furono colti di sorpresa dal modo in cui nacque nel giro di pochi giorni l’indistruttibile mito del Che, bene analizzato da Ludovico Incisa di Camerana in un libro intitolato per l’appunto «I ragazzi del Che» (Corbaccio, 2007). È un fenomeno che occorre affrontare con gli strumenti della sociologia e della psicologia piuttosto che con quelli dalla storia politica.












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luglio 13th, 2010 alle 12:21
Amabilissima redazione,
la risposta al mio piccolo post è… fuori tema (il Che non c’è) ma condivisa e graditissima.
Il comunismo fu battuto, ma il più sgradevole capitalismo liberale ed illiberale si è impadronito delle vie politiche.
L’idea di non arrendersi rispetto alle utopie (Guevara) mi garba, basta fare la differenza fra le utopie di un tagliagole comunista e le nostre.
E poi le nostre, come le sue, tanto utopie non furono, visto che trovarono applicazione storica: le nostre con la buona democrazia (e l’ottima Democrazia Cristiana), le sue con i campi di concentramento cubani, in cui fu distrutto anche il clero cattolico).
Occorre, propongo, cercare di difendere le nostre idee senza accordarci col diavolo… nelle sua varie forme.
Con grande cordialità.