Rubrica | Numeri

Pomigliano e la Fondazione Adenauer

Scritto il 08 luglio 2010 da

In questo numero disegni africani di Hugo Pratt per ricordare la generazione di guerra

 

   

La globalizzazione porta  i salari bassissimi delle zone del mondo non sviluppate a fare concorrenza ai salari garantiti e provvisti di solidità sociale delle zone altamente sviluppate.  

La prima reazione istintiva fu proposta, anni fa, dalla Marcegaglia: abbassare i nostri salari per fare concorrenza ai salari del Vietnam. E’ evidente che proporre di trasformare il nostro paese in un Vietnam, non è una soluzione. La seconda risposta è stata quella della emigrazione  delle fabbriche, delocalizzazione: portare il lavoro là dove i salari sono bassi, lasciando, ove possibile i profitti, la governance e la organizzazione in patria.  

La delocalizzazione in parte ha funzionato, ma come era prevedibile i paesi che si accollano l’ industria, aspirano a salari più alti ed in tempo di crisi, anche con i bassi salari, non restano guadagni sufficienti a fare profitti ed a remunerare la diligenza.  

La Fiat, azienda italiana già diventata multinazionale, si trova davanti ad una scelta. O delocalizzare un impianto storico come Pomigliano, oppure ottenere nel contratto condizioni di lavoro che siano almeno compatibili con il progetto industriale.  

La necessità di nuove regole, ha prodotto due reazioni: la prima, accettare il meno peggio per evitare un peggio maggiore, la chiusura dell’impianto; la seconda, quella di rifiutare il “ricatto” sulla base di vecchi comportamenti, che la realtà presente, non ha modificato. E’ ricomparso  il concetto di “padrone”, di intransigenza contrattuale, di rifiuto  a discutere di diritti acquisiti.  

Se vogliamo salvare non solo alcuni impianti, ma il nostro Dna di Paese industriale dobbiamo porci il problema della concorrenza dei salari più bassi. Innanzitutto in termini di politica globale e poi, realisticamente in termini di un lavoro organizzato che sappia resistere alla concorrenza. Non v’ha dubbio che il salario sarà più basso e l’ organizzazione più esigente, ma per non recedere al livello di un paese declinante bisogna trovare le giuste compensazioni. La prima compensazione è quella di un salario più libero dai pesi fiscali e previdenziali. Se il salario è più basso è giusto che le altre zone sociali che non subiscano questa concorrenza, paghino il peso fiscale che il salario non può più pagare. La seconda compensazione, potrebbe essere il ritorno ad un’idea, la compartecipazione dei lavoratori all’impresa che fu poco saggiamente rigettata perché non compatibile con la concezione della lotta di classe.  

Nel programma del cattolicesimo sociale è preminente l’idea di una compartecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda ed alla direzione delle imprese. Questo progetto fu realizzato in Germania dove ha funzionato coma ammortizzatore di conflitti sociali più gravi, soprattutto al tempo dell’ unificazione.  

E’ stato sempre rifiutato in Italia dai sindacati. Invece, la partecipazione agli utili ed ancora di più la partecipazione alla gestione dell’intero progetto, sono conquiste sociali che potrebbero compensare in parte, la perdita di peso della componente salariale. L’austerità in cambio di maggior potere potrebbe essere anche l’inizio di una grande ripresa industriale italiana e di una nuova architettura del potere. Abbiamo tratto dai lavori  della fondazione  Adenauer presentati martedì 6 luglio a Roma presso l’Istituto Sturzo questi documenti. Riteniamo utile riportare il giudizio sulla partecipazione dei lavoratori nelle imprese, contenuto nel volume numero 4 della collana “Il Cristianesimo come motore della modernità” dedicato a “Il lavoro nell’economia sociale di mercato” (pag 18 e 19). Autori: Ingrid Sehrbrock, vice Presidente della confederazione dei sindacati tedeschi e Regina Görner, Capo del sindacato dei metalmeccanici tedeschi IG-Metal 

  

(…)2.4 La partecipazione nelle imprese: l’obiettivo di un nuovo statuto azien­dale  

Le imprese di successo hanno bisogno della collaborazione proficua tra lavora e capitale, Capitale e lavoro si condizionano a vicenda. Perciò, am­bedue devono poter partecipare al risultato economico, ma anche alla presa di decisioni imprenditoriali. La cogestione e lo statuto aziendale di­scendono da questo principio.  

Le lavoratrici e i lavoratori con la loro competenza e disponibilità al­l  impegno produttivo offrono dei presupposti essenziali per uno sviluppo positivo dell’impresa. Comunque, sostengono anche parte del rischio d’impresa. Essi devono ora più che mai pagare per le decisioni strategiche sbagliate e gli insuccessi imprenditoriali con orari di lavoro più lunghi, sa­lari ridotti o addirittura con la perdita del posto di lavoro. 

Il loro interesse al successo sostenibile della loro azienda negli anni si è rafforzato, mentre invece da parte del capitale  si è prodotto uno sviluppo inverso: mentre l’imprenditore proprietario era interessato al mantenimen­to dell’azienda a lungo termine e, quindi, anche al benessere dei suoi lavo­ratori, oggi in definitiva gli amministratori, a causa della loro dipendenza dagli investitori finanziari, pongono in primo piano il rendimento a breve termine. Cosi gli interessi dell’impresa stessa passano in secondo piano, e a lungo termine si mettono a repentaglio anche le attese di rendimento. 

Perciò nelle imprese occorre rafforzare l’influsso di co­loro che pongono in primo piano gli interessi dell’ impresa stessa. Per que­sto occorre avere un nuovo statuto aziendale. Nell’opinione pubblica si sta diffondendo l’idea che la cogestione limiti in modo inammissibile il diritto di disporre del capitale da parte  dei proprietari. In condizioni di globalizzazione ciò comporterebbe uno svantaggio competitivo per l’ economia tedesca. Perciò occorrerebbe tornare alla liberta di impresa e ad una libertà di operare senza limiti. 

In realtà, la cogestione e una parte integrante essenziale dell’economia sociale di mercato, per cui e irrinunciabile. Il rifiuto della partecipazione e della condivisione delle responsabilità è contrario alla dignità umana. Ma esso sarebbe nocivo ai fini del successo dell’ impresa anche perchè gli uo­mini che possono partecipare alle decisioni, si identificano maggiormente con il loro lavoro. La cogestione migliora la qualità delle decisioni im­prenditoriali,  perche le strategie devono essere sistematicamente rivelate e motivate. Essa è tanto più importante in un’economia globalizzata,  in cui il titolare dei capitali diventa sempre più anonimo e non deve più assu­mersi le responsabilità personalmente. Inoltre, la cogestione impedisce an­che le concentrazioni di potere, per cui corrisponde al principio della divi­sione dei poteri nell’economia sociale di mercato. Perciò non abbiamo bi­sogno di meno, ma di più cogestione. 

La cogestione può essere anche uno strumento per esercitare nuova­mente un influsso nelle decisioni di imprese che operano in ambito globa­le e che cercano di sottrarsi alle condizioni generali dell’economia sociale di mercato. Per fare questo, tuttavia, le rappresentanze degli interessi dei lavoratori devono collaborare di più nelle varie sedi dei gruppi industriali e non devono farsi neutralizzare a vicenda. Al riguardo devono attivarsi anche le confederazioni sopranazionali dei sindacati. Naturalmente occor­re verificare se e in quale modo sia possibile applicare e sviluppare ulte­riormente i modelli validi nelle imprese operanti a livello internazionale. In una prima fase, occorrerà migliorare le possibilità di lavoro dei consigli aziendali europei. Successivamente, occorrerà reperire le modalità atte ad includere efficacemente i lavoratori dei gruppi industriali tedeschi in seno agli organi della cogestione nelle sedi estere. 

E’ difficile oggi, in relazione alle condizioni generali,  riuscire ancora a influire sui gruppi industriali operanti a livello internazionale. Tanto più sarà importante rafforzare i diritti dei lavoratori nelle imprese di tutto il mondo e assicurare la presenza di rappresentanze degli interessi efficienti nei gruppi internazionali. Al riguardo, occorre sollecitare i sindacati e le loro organizzazioni confederali internazionali. 

2.5 La partecipazione economica: comproprietà e partecipazione dei la­voratori al capitale 

La dottrina sociale cristiana ha sempre posto in rilievo il fatto che an­che le lavoratrici e i lavoratori dovrebbero avere l’ accesso alla proprietà ed al capitale di produzione. La proprietà è importante ai fini della partecipa­zione alla vita economica e sociale. Soprattutto in tempi in cui la quota dei salari si abbassa e aumenta la quota dei redditi da capitale, le lavoratrici e i lavoratori non possono puntare esclusivamente sugli aumenti salariali. 

Malgrado le molteplici iniziative intraprese in tal senso nel passato, la partecipazione dei lavoratori al capitale produttivo e cresciuta solo in mi­sura impercettibile. I lavoratori in quanto comproprietari svolgono ancora un ruolo subordinato. Eppure, 

-          le aziende che hanno adottato modelli di partecipazione dei collabora­tori, presentano una migliore produttività e hanno un maggiore successo economico; 

-          la partecipazione al capitale di rischio potrebbe rafforzare la base dei fondi propri soprattutto nelle picco]e e medie imprese, riducendone la dipendenza dai prestatori di capitali esterni; 

-          la creazione di posti di lavoro potrebbe esserne favorita. 

La partecipazione agli utili e al capitale delle lavoratrici e dei lavoratori potrebbe costituire un elemento importante per una politica dei salari in­novativa e orientata all’ occupazione. La partecipazione al patrimonio e agli utili può offrire nuovi margini per la predisposizione di contratti tarif­fari collettivi territoriali e accordi aziendali. 

In tal caso occorre, ovviamente, assicurare che attraverso la partecipa­zione dei collaboratori non ricada sulle spalle dei lavoratori una parte an­cora maggiore del rischio dell’imprenditore, senza la contropartita di ren­dite adeguate e possibilità di influsso. 

La possibilità, introdotta nel 1998, di creare organi congiunti delle parti contraenti per la partecipazione dei dipendenti al capitale d’esercizio, do­vrebbe essere sfruttata in misura maggiore. Soprattutto i fondi, in cui si pagherebbero importi stabiliti nei contratti collettivi, potrebbero corri­spondere a un incentivo migliore per una maggiore partecipazione al capi­tale da parte dei lavoratori. 

(Il presente saggio e stato redatto nel 2006 come contributo alla discus­sione programmatica dell’unione tra i consiglieri della COD, che detengo­no funzioni dirigenziali nei sindacati tedeschi: Ingrid Sehrbrock e vicepre­sidente della Confederazione dei sindacati tedeschi, la Dr. Regina Gorner e amministratore delegato del sindacato dei metalmeccanici tedeschi IG­ Metall e nel periodo 1999-2004 fu ministra degli affari sociali della Saar. Da molti anni ambedue fanno parte del direttorio federale dei lavoratori democratici cristiani.)  

  

1 Commenti per questo articolo

  1. Mario Usellini Scrive:

    Prima di parlare di fiscalità e contributi da ridurre sarebbe necessario fare una riflessione sul cosidetto welfare nel lavoro. Esamino solo 2 punti del problema:
    1) La malattia.
    Quando ho cominciato a lavorare, nel 1959, le assenze per malattia dei lavoratori dipendenti non erano retribuite nei primi tre giorni di assenza. Quando é stata inserita la copertura retributiva a partire dal primo giorno di assenza, nella azienda dove lavoravo le assenze per malattia passarono nel giro di pochi mesi dal 4-5 per cento al 18-20 per cento. Nel settore della azienda erano impiegate in prevalenza donne. Il responsabile della produzione fece un grafico giornaliero delle assenze ed emerse un dato significativo: l’80% delle assenze si verificava il mercoledì. Da una indagine interna emerse che il mercoledì era il giorno di mercato nel piccolo paese ove era situata la fabbrica. Con un po’ di sollecitazioni fu in parte ridotto l’abuso, caricando comunque l’azienda di oneri impropri.
    La reintroduzione dei tre giorni di carenza nelle assenze per malattia farebbe recuperare alcuni punti di produttività nel settore privato e in quello pubblico e ridurrebbe le malattie da week-end del venerdì e del lunedì, oltre a costituire un atto di giustizia nei confronti dei lavoratori che sono ammalati e non sono dipendenti.
    2) L’orario di lavoro e le ferie.
    Nelle fabbriche, a fronte del lavoro per turni, l’orario venne ridotto dalle 44 ore a 40 e poi, ora, a 37 ore e 45 minuti. Poi tale orario fu esteso a tutti, compresi gli impiegati che lavorano in locali con aria condizionata, macchine per i caffè, spazi per fumatori, internet per uso personale, ecc.
    Per dare una idea di cosa voglia dire, nel 2009, nell’azienda dove lavoro sul totale degli occupati sono stati assenti per lo 0,7% gli uomini e per il 30,4% le donne, con una media aziendale del 17,7%. Quando qualcuno si domanda perché in Italia il lavoro femminile è presente in misura minore rispetto ad altri Paesi europei, forse in questi dati sulle assenze trova la risposta.
    Siamo il paese che ha le ferie più lunghe: 4 settimane fino a 10 anni di anzianità e 5 settimane oltre i dieci anni. In più ci sono 12 giorni retribuiti per festività durante l’anno e 3 giorni di riposo retribuito per le ex-festività soppresse nel 1977.
    Il risultato é che su 15.548 ore effettivamente lavorate vi sono state 5.634 ore NON lavorate ma retribuite, pari al 36,2% di quelle lavorate.

    Si dovrebbe considerare che la festa dell’Italia, con il deficit di bilancio e il costo del lavoro come variabili indipendenti, e con la svalutazione continua della lira, é finita. E prendere atto che l’euro ci ha immesso nel mare aperto del mercato globale, ma è un nodo scorsoio che ci sta stritolando se non ne prendiamo atto e non modifichiamo i nostri comportamenti. Dall’entrata in vigore dell’euro l’Italia non ha avuto praticamente sviluppo e molte attività produttive delle aziende maggiori – sono poi quelle che trainano lo sviluppo – sono già state delocalizzate per la impossibilità di produrre senza perdite in Italia. Una parte della produzione del nord è stata trasferita nel mezzogiorno e in alcune regioni, Campania e Puglia, si é verificata una crescita trainata dal sacrificio di diritti fondamentali del lavoro (lavoro nero), dall’evasione fiscale e contributiva, e con lo sviluppo della criminalità organizzata.
    Il mondo sindacale é, in una parte importante, frenato dal passato modello collettivista e dalle frange estremiste, coltivate ancora oggi dai partiti della sinistra radicale che continuano a proporre un modello di società, teorizzato nel secolo scorso, che è fallito.
    Incrociamo le dita e preghiamo per questa nostra amata Italia, una e indivisibile, affinché ritrovi una classe dirigente che con responsabilità affronti il problema di trasferire il Paese nel 2000.

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