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Vita di Emilio Baglioni, un italiano con un sogno lontano

Scritto il 01 settembre 2010 da

Disraeli

Emilio Baglioni è nato a Macchia da Borea, una frazione del comune di Valle Castellana, un paese di montagna che sta ai confini di 4 regioni: l’Abruzzo, le Marche, l’Umbria ed il Lazio, proprio nel cuore più interno dell’Italia montuosa. Macchia da Borea si chiama così perché è talmente sotto la parete del monte che, per gran parte del giorno, è una macchia d’ombra. Qui c’era la casa di sua madre, dove egli è nato.

Un’altra frazione si chiama Macchia da Sole, perché è esposta a Mezzogiorno, gode del sole ed ha ben quindici case, mentre Macchia da Borea (e Borea significa appunto Tramontana) è esposta a Settentrione ed ha solo sette case. Io pensavo, dai racconti di Emilio, che fossero sette case di montagna abbandonate e fra queste quella disabitata della sua famiglia, ma quando sono andato in giro per il paese, con l’omino delle mappe di Google, mi sono trovato in mezzo a graziose villette moderne, con una piccola chiesa tutta bianca.

Siamo all’interno del Parco del Gran Sasso, ma Macchia da Borea, che guarda a Nord, si affaccia sui misteriosi Monti Sibillini, orgoglio delle Marche.

Emilio non mi ha mai voluto dire quando è nato, ma dalle sue avventure, ho calcolato che deve essere nato all’inizio degli anni ’30. Questa estate è ritornato a rivedere la sua casa abbandonata ed ha trovato solo una vecchia signora che si ricordasse della famiglia di Emilio e delle sue vicende. Emilio mi racconta con le lacrime agli occhi il sapore della antica ospitalità, le feste che gli hanno fatto, il pranzo, la tavola, i racconti: tutto sembra uscito da un poema di Gabriele D’Annunzio, il grande cantore della montagna e dei pastori abruzzesi.

Ma quando ancora era ragazzo la famiglia si trasferì a Garrano, paese più grande e più attrezzato nei servizi, per una ragione che a noi, oggi, ci sembra incredibile.

Emilio era il penultimo di nove figli (5 femmine e 4 maschi); la famiglia non era povera; possedeva case, pascoli e boschi, tuttavia aveva radici in un sistema economico di puro sostentamento. Tutto si faceva in casa e tutto si produceva per i bisogni della famiglia: il pane, il formaggio, le castagne, e quanto serviva. Quello che non si poteva produrre si otteneva con il baratto, portando al mercato i prodotti migliori e riportando dal mercato gli attrezzi, i vestiti, le scarpe, i sigari e poche altre cose. Una vita solitaria di poche famiglie in un grande territorio insieme alle pecore, alle mucche, ai cavalli, distanti dalle città e vicini alle cime dei monti. Quando nacque l’ultima figlia la mamma di Emilio stette male. Il padre prese il cavallo per raggiungere un paese vicino, Leofare, a prendere il dottore che però era uscito per andare a fare una visita in un’altra parte di quei monti: lo cercò per tutta la giornata, senza trovarlo e solo la mattina dopo riuscì a portarlo a Macchia. Ma la mamma era morta. La bambina morì 18 mesi dopo.

Il padre di Emilio decise di portare la famiglia in un paese più grande, dove i dottori potessero curare i malati in pericolo. Ma continuava ad esercitare le sue capacità nell’economia agricola di montagna. Non era un uomo sprovveduto legato agli armenti ed ai cavalli per mancanza di altre scelte: era stato in Canada e, pur non avendo fatto fortuna, aveva riportato esperienze e larghezze di vedute di cui Emilio si era cibato lungamente. Fu lui ad istillare nel figlio il sogno di lavorare in America. Del resto eravamo già nel 1938 e la guerra avrebbe comunque sradicato la vecchia economia della montagna abruzzese.

Emilio aveva la passione dei cavalli. Li cavalcava a pelo con una semplice coperta legata, senza sella e spesso anche senza coperta. Racconta che talvolta osava saltare a sorpresa sul cavallo da un punto rialzato della roccia, per provare le scosse di una cavalcatura imbizzarrita. Ma una volta gli accadde di mancare il bersaglio. E da allora si considerò un miracolato.

A questo amore per i cavalli si ricollega un episodio della guerra di Emilio. La sua montagna era saldamente in mano ai partigiani: in quella zona operava una grande formazione entrata nella storia: la divisione Maiella. Ma talvolta i tedeschi arrivavano per fare dei rastrellamenti. In uno di questi Emilio fu sorpreso e portato via assieme ai cavalli. La notte riuscì a fuggire dalla casa in cui era stato rinchiuso. Si mise alla ricerca del suo cavallo, lo trovò in un recinto e se lo portò via. Quando giunse a Macchia sul suo cavallo, fu accolto con gioia dai suoi familiari e con un piccolo trionfo fra gli amici ed i partigiani. Ma la fine della giornata il severo capo della banda disse con voce ferma: “Emilio, adesso il cavallo serve a noi”. Per Emilio fu un dramma che lo fa ancora oggi tremare un poco.

Emilio ricorda che quando i partigiani scesero in pianura alla fine dell’occupazione incontrarono un gruppo di tedeschi che fuggivano. Il capo della banda dei partigiani, che aveva preso come nome di battaglia “Ammazzalorsi”, sul cavallo bianco che Emilio conosceva bene, ordinò di disarmarli, sparò una scarica del suo mitra in aria e poi disse: “Per noi la guerra è finita ed è finita anche per voi, andatevene via in fretta”.

Finita la guerra, il padre Domenico conduce Emilio a Roma e lo iscrive ad un convitto-scuola per i figli dei rifugiati. Emilio non ottiene grandi risultati: il suo sogno non è ritrovarsi un posto in Italia ma di raggiungere l’America. Una comitiva di studenti francesi di passaggio a Roma per una gita scolastica gli parlano di una scuola per la ristorazione. Emilio parte con loro e si trova a lavorare ed a frequentare un corso dell’Excelsior Bellevue Palace di Sanremo, dal ’49 al ’52. L’esperienza è dura, Emilio si guadagna la retta lavorando in albergo, fa un po’ di esperienza in tutti i compiti dell’ospitalità alberghiera, ma si specializza nella cosa che a lui piace più di ogni altra: il servizio in sala.

In tutte le sue esperienze Emilio tradurrà la sua personalità in una capacità straordinaria di accoglienza, di cordialità, di invenzioni cortesi e garbate. Le sue sale saranno sempre straordinarie, inventerà fontane, studierà degli interni pittoreschi ed allegri e diventerà famoso per il suo organetto abruzzese “duebotte” con cui rende allegra l’atmosfera dei suoi ristoranti.

Dal ’52 al ’55, lavora in Svizzera, a Lucerna, presso il Grande Hotel Nazionale e finalmente nel ’55 sbarca a Londra, prima al Basel Street Hotel ed infine al Dolchester Maitre d’Hotel e al Claridge’s Hotel e al Savoy di Londra, tutto ciò per acquistare esperienza. Nel più famoso e più grande albergo della tradizione inglese, il Savoy ,di cui si legge in tutti i libri che descrivono la vita londinese della Belle Epoque, Emilio arriva al traguardo della sua formazione. Non c’è più niente da imparare dopo aver fatto il servizio di sala al Savoy ed avere appreso il tedesco, il francese e l’inglese!

Al Savoy incontra una bella ragazza dai capelli biondi, dolce e volitiva come sanno essere le inglesi con i capelli biondi. Emilo la sposa. Con i primi risparmi, finalmente Emilio sbarca a New York. Per una serie di incontri fortunati trova lavoro al Four Seasons, lo storico ristorante della grande tradizione newyorkese sulla 52° strada, all’altezza della Park Avenue.

Nel 1986 incontrai casualmente Emilio (il quale nel 1961 si era trasferito in California)  che avevo già conosciuto dal I° Congresso di Ciao Italia del 1982. Mi volle portare al Four Seasons, dove era ancora conosciuto e rispettato e mi raccontò con nostalgia della qualità di questo lavoro, dello studio per conoscere tutto sul locale, dalle opere d’arte, ai piatti speciali, per poter essere un maestro esperto nei confronti dei clienti. Mi raccontò degli incontri straordinari e delle amicizie che un giovane intelligente italiano poteva fare in quel tempio della notorietà. Incontrò i fratelli Rockefeller, strinse la mano ad Eisenhower, conobbe Nixon e sapeva comporre il giusto menù per Jack Warner, il più noto dei fratelli della “Warner Brothers”.

Emilio racconta con gratitudine lo spirito americano di ospitalità: quando mise su casa i vicini vennero a conoscerlo, lo aiutarono nei lavori, frequentavano la sua piccola famiglia. Questo era il cuore dell’America.

Ma Emilio non poteva fermarsi, il suo sogno era ancora più lontano in Occidente. Go west, young man, e presa la strada, la mitica Route 66, Emilio giunge a Los Angeles. Da abruzzese fortunato quale è Emilio trova lavoro al Beverly Hills Hotel che è costruito vicino ai grandi Studios della Century Fox e della Warner Bros. Un giorno entra Jack Warner, lo riconosce e lo chiama a dirigere il settore Food della Warner, tutto intero, dai cestini delle comparse, al ristorante privato dei fratelli Warner dove mangiavano direttori, produttori e stelle invitate da Jack Warner. Qui conosce i più grandi attori del periodo d’oro del cinema Americano.

In un periodo critico degli studi cinematografici, Emilio, che temeva di perdere il suo lavoro, apre un piccolo ristorante con soli mille dollari in tasca, all’angolo di Melrose e Highland, e lo chiamò Emilio’s. All’apertura trova fuori della porta ad attendere John Wayne con i suoi colleghi, tra cui Esther Williams, Fernando Lama ed altri. Da piccolo che era, Emilio portò questo ristorante ad un alto livello internazionale, con sei sale, una cantina, una fontana con sette colonne di marmo a rappresentare i sette colli di Roma come punto di incontro, illuminata a colori cangianti. All’angolo di fronte al suo ex ristorante Emilio tiene ancora l’orto da cui prendeva le sue verdure: i suoi pomodori, le sue zucchine, le sue melanzane, il suo basilico, i suoi fichi trapiantati dall’Abruzzo. Suo figlio abita ancora una piccola casa sulla collina vicino a quella che era appartenuta a Frank Sinatra quando era sposato a Ava Gardner. (Emilio mi racconta che possiede ancora il pianoforte twin di Frank Sinatra). E così, in qualche modo, Emilio fa parte della storia del cinema americano.

La stagione felice di Emilio esplose quando chiamò a raccolta i ristoratori italiani d’America perché uscissero dal pittoresco, dal tipico, dall’approssimativo e si decidessero a fare la vera, grande, inimitabile cucina italiana. Fu la stagione di Ciao Italia, creatura dell’On. Bartolo Ciccardini, per mezzo della quale la cucina italiana è diventata la più famosa nel mondo, promuovendo i prodotti tipici delle varie regioni d’Italia ed arricchendo l’economia nazionale.

Ora Emilio ha lasciato ai figli il suo lavoro. Il suo vecchio amico napoletano e cantante, Enzo Gagliardi, che Emilio accompagnava con la sua duebotte nel suo ristorante, era andato ad abitare a Las Vegas e lo andammo a trovare nel 1995. Anche Emilio si fece una casa a Las Vegas. Qui degli impresari di spettacoli delle grandi case di gioco, lo scoprirono ed è diventato attore. Ora apre lo spettacolo con la sua duebotte ed interpreta diversi ruoli, dall’allegro gangster italiano che ama la musica, al Cardinale amante delle arti e del gioco. La lunga esperienza delle grandi sale in cui ha fatto servizio, dal Savoy al Four Seasons, dal Grand Hotel di Lucerna ai menù speciali di Jack Warner hanno contribuito a fare di Emilio un attore brillante, simpatico. In definitiva una maschera italiana, da aggiungere ad Arlecchino e Pulcinella.

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