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“Gestire l’innovazione sociale. Il caso tedesco e il caso italiano”

Scritto il 10 giugno 2011 da

Nell’ambito del Progetto Geniusloci. Archivio della generatività italiana, l’Istituto Sturzo ha organizzato il convegno “Gestire l’innovazione sociale. Il caso tedesco e il caso italiano”. E’ importante osservare che questo progetto che ha il compito di registrare ed indicare progetti che in Italia funzionano con eccellenza abbia destato l’interesse dei tedeschi nella fondazione Adenauer che ha partecipato ad un confronto sull’applicazione di questo metodo in Italia ed in Germania. Il titolo dell’incontro era non a caso “Gestire l’innovazione sociale. Il caso tedesco e il caso italiano”. (Roberto Mazzotta , Johnny Dotti, Andrea Granelli, Rupert Graf Strachwitz, Stefanie Wahl, Mauro Magatti, Antonio Bodini). Per parte italiana Johnny Dotti ha illustrato le possibili trasformazioni del welfare in Italia:

 

 

 

Società Johnny Dotti è presidente di un gruppo che riunisce 1.400 coop sociali, racconta come si possono gestire bene (persino guadagnando) assistenza e sanità. Di lui è stato detto:

“…A parlare di welfare vengono i brividi e spesso la risposta finale è: «Tagliare, riformare». O pagare. Eppure c’ è un bergamasco rosso di capelli di 44 anni, Johnny Dotti, che sorride perché proprio con il welfare realizza una sana e virtuosa economia. Non lui che viene stipendiato per fare il presidente del Consorzio nazionale della cooperazione sociale, ma quella «impresa sociale a rete» che è Cgm, gruppo cooperativo che aderisce a Confcooperative. Non pensate a un gruppo di volontari che fanno quadrare i conti tassandosi per pagare la sede. No. Cgm è una società di capitali che riunisce ben 1.400 cooperative sociali che fanno capo a 83 consorzi ed è presente in tutta Italia. Fattura 1 miliardo e 100 milioni di euro l’ anno (circa 2 mila miliardi di vecchie lire) e occupa 35 mila persone (Fiat auto in Italia poco meno di 30 mila). volontari ci sono (il 15% del totale), ma non sono il perno di tutta la storia. Che, invece, parte da «creare valore e distribuire valore con il welfare» e si conclude per dirla ancora con Dotti: «Vogliamo fare la Rayanair del welfare, servizi equo cost». Ovvero: stiamo lavorando per offrire nuovi servizi a prezzi accettabili. Quali? Dentisti e psicoterapisti per esempio. Al 40% in meno dei prezzi medi di mercato. Perché i «ricchi» piangono, e molto, soprattutto davanti alla parcella del dentista. «Quelli che hanno un reddito lordo attorno ai 60 mila euro l’ anno – sostiene Dotti – non è raro che per pagarsi le cure ricorrano a un finanziamento. E in futuro lo faranno sempre più spesso. L’ esperienza quotidiana di impresa sociale con le fasce deboli della popolazione, è molto importante per continuare ad affrontare le sfide che vengono dalle mutate condizioni sociali»…!

Jhonny Dotti ha una oratoria sorprendente, affabulante e pirotecnica. Spiega la necessità di un walfare privato e servizievole ma non privatizzato con degli assiomi filosofici: “L’uomo senza senso muore, bisogna dare un senso alle cose se no le cose muoiono. Il welfare deve acquistare un senso per funzionare. Il senso non è contenuto dal bilancio e tanto meno dalle carenze di bilancio ma nel fare le stesse cose con una logica diversa.”

Per questo Dotti pone il problema dei legami. Bisogna riannodare dei legami tra valori che sono stati separati da una scissione. La scissione fra dono ed interesse (l’assoluta preminenza del profitto, non si santifica con opere caritative, ma bisogna dare al profitto un contesto di “dono”. Bisogna superare la scissione fra bello e utile, riaprire il dialogo fra piccolo e grande, annullare la separazione degli specialisti, rovesciare la logica dell’aiuto perché è più difficile aiutare che farsi aiutare. In questo fuoco pirotecnico di sensazioni ed intuizioni, condito di poesia, di immaginazione e di bella cadenza lombarda recepiamo il messaggio di Jhonny Dotti:

 

“…Le possibili “trasformazioni del welfare in Italia”. Non siamo in presenza di nessun disegno compiuto ma certamente da divese necessità. Mentre il dibattito si concentra tra bisogni di maggior denaro per garantire il welfare ed aggiornamenti delle prestazioni necessarie a garanrire un buon livello di vita, credo sia necessario inserire con forza il tema del “senso” e dei “legami”, altrimenti si assisterà non solo ad un dibattito sterile ma ad un sostanziale abbandono degli inteventi di welfare….”

 

Andrea Granelli che segue nelle relazioni, preannuncia che non vuole mettersi in concorrenza con il linguaggio di Jhonny Dotti, ma pur nella sua schematicità il senso della relazione è evidente. Egli ha in mente un modello nuovo di impresa contestuale ad una realtà sociale non in conflitto ma in consonanza con gli strumenti produttivi. Una pace fra l’uomo sociale e l’uomo lavoratore non è soltanto un progetto di impresa ma piuttosto un progetto di società. Granelli propone:

 

“…Il rapporto tra economico e sociale è uno dei temi caldi del pensiero economico contemporaneo. Le sfide che il sociale ci pone, unite a un modello economico e manageriale che si è troppo a lungo rifugiato nella semplificazione di obiettivi e governance (lo shareholders’ value) richiedono una nuova idea – o perlomeno una (ri)lettura – della intrapresa dove la dimensione sociale e quella economica si avvicinano e si compenetrano.

La generatività è un nuovo modo di intendere l’impresa “desiderabile” del XXI secolo e nasce da una osservazione sistematica della realtà italiana (e delle sue eccellenze) lanciata dall’Istituto Sturzo con il progetto “Genius Loci – Archivio dell’Italia generativa”.

Questo archivio identifica e racconta le diverse anime dell’impresa italiana – dalla leadership del made in italy all’eccellenza nelle tecnologie meccaniche passando per la cultura artigiana e il grande universo del terzo settore. I casi di successo – che uniscono alla robustezza economica e alla “eco-friendliness” una visione fortemente incardinata nel sociale – permettono di delineare alcuni aspetti caratteristici dell’impresa generativa. Innanzitutto i 4 pilastri che ne assicurano fondamenta solide:

  • Missione aziendale costruita sul valore sociale (collettivo e personale), dove profitto è strumento e non scopo
  • Cultura intimamente artigiana, anche se adattata alla contemporaneità e ai nuovi strumenti della progettazione e della produzione
  • Forte radicamento territoriale, che non esclude naturalmente una “pulsione” internazionale
  • Gestione “umana” delle risorse umane, che non disdegna la meritocrazia ma è “comprensiva”

Approfondendo l’analisi emergono inoltre altri elementi che caratterizzano questa tipologia di impresa e che verranno discussi nel convegno: ad esempio il rapporto con il tempo (le aziende generative “sanno aspettare”), la gestione della diversità, la ricerca di un profitto “giusto” (un profitto “good enough” volendo parafrasare il grande psicoanalista Winnicott), una cultura competitiva che non cerca la supremazia sui concorrenti ma un’emulazione intelligente e una leadership più umana anche se visionaria e capace di grandi cose.

Questo modello – che nasce nel sociale – si sta però estendendo ai settori più tradizionale e potrebbe diventare una efficace ricetta per contrastare la crisi non solo di valori ma anche di strumenti che caratterizza questa fase della contemporaneità…”

 

 

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