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La prima Repubblica non è l’era delle barbarie

Posted on 18 marzo 2010 by Redazione

Già Orazio ironizzava sui nostalgici del passato, i laudatores temporis acti , bisbetici vecchi che brontolano su tutto. Il rischio è ricorrente in ogni epoca, e puntualmente si ripete anche nel nostro tempo. Lo rileva, in un articolo sul Corriere della Sera di lunedi 15 marzo, Angelo Panebianco. In realtà, il prestigioso columnist ammette, in apertura del suo pezzo, che l’attuale vita pubblica è immersa in un gran marasma, ma respinge, come ingiustificata, l’esaltazione della cosiddetta Prima Repubblica che sarebbe “trasformata” e “idealizzata” nel ricordo. Panebianco non vuole dimostrare, rispetto ai nostalgici, la “bontà” del nostro tempo, che sarebbe impresa piuttosto difficile, ma  demolire la rappresentazione della Prima Repubblica come meritevole di nostalgia. Assorbito dall’intento dissacratorio Panebianco dimentica la dimensione dello storico e si cala così  in quella del polemista giornalistico per cui la Prima Repubblica non è quella che ha costruito la democrazia italiana, che ha fatto le scelte giuste in campo europeista e internazionale, che ha operato le grandi trasformazioni sociali ed economiche che hanno inserito l’Italia tra i più sviluppati paesi del mondo, che ha vinto le pericolose sfide interne della semilealtà costituzionale e del terrorismo, e l’elenco potrebbe a lungo continuare. Per  Panebianco la Prima Repubblica era solo un regime partitocratico, con bandiere e simboli di guerra contrapposti, e non considera che proprio nella Prima Repubblica quella condizione post-bellica, eredità del fascismo, è stata superata realizzando tra tutti partiti comunanza di idee sulla natura della nostra democrazia europeista e occidentale. Come fa Panebianco a sostenere che nella Prima Repubblica non c’era separazione dei poteri che, peraltro, la Costituzione aveva limpidamente sancito, semmai con qualche squilibrio penalizzante per l’esecutivo? Panebianco estremizza aspetti negativi della Prima Repubblica, come quelli della lottizzazione o del mancato rispetto di alcune regole, assumendoli come totalizzanti e, quindi, come caratterizzanti di un’epoca. Ne deriva una raffigurazione distorta, profondamente errata di questo periodo che diventa incomprensibile per la sua dinamica che ha determinato innegabili conquiste storiche. Panebianco elenca  << i molti disastri >>  lasciati in eredità dalla Prima Repubblica e cita il dissesto idrogeologico, la carenza di ospedali, di carceri, di scuole e infine il debito pubblico. Se Panebianco avesse la cura di guardare le statistiche dell’Istat correggerebbe le sue critiche, che scambiano le deficienze esistenti  con l’inesistenza di interventi che sono stati invece massicci fin dall’immediato dopoguerra nei settori indicati. Un discorso a parte meriterebbe il debito pubblico, indubbiamente abnorme, ma che è stato, comunque, controllato, con misure anche energiche, proprio al termine della Prima Repubblica, tanto da consentirci di entrare, fin dall’inizio, tra i paesi dell’Euro, e non fu cosa di poco conto! Ha ragione Panebianco a ricordare che viviamo nel presente e che sono  <<i problemi di oggi che dobbiamo affrontare con gli strumenti di oggi>>. Ha ragione Panebianco ad affermare che la Prima Repubblica non è stata l’età dell’oro, ma ha torto marcio a raffigurarla  come l’epoca della barbarie politica, della disinvoltura istituzionale ed economica e non invece l’età della costruzione di una grande democrazia. Se malsana psicologicamente è la nostalgia di un tempo che fu, altrettanto negativo è il giudizio storico non obiettivo che altera la comprensione del passato e non aiuta quindi il presente.

Gerardo Bianco

 

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Nuovi commenti dei lettori a “Dimenticare la D.C.” di Gerardo Bianco

Posted on 22 febbraio 2010 by Redazione

Sostiene la Bindi, replicando alla Binetti, che non bisogna avere “nostalgia” della DC, meglio, dunque, dimenticarla. Un professore dell’Università Federico II di Napoli, Maurizio Griffo (non Grillo), ha scritto un libro che ha come titolo proprio l’esortazione bindiana: Dimenticare la DC . La presidente del neonato PD vi troverebbe un bel po’ di “impensati” argomenti per la sua battaglia antinostalgica e anche un “breviario” di pronto intervento per l’operazione “oblio” che l’ardimentoso Griffo ritiene “indispensabile”. In realtà, né la Bindi, né il Griffo considerano che la DC non c’è più, ed è stata anche dimenticata, e meglio farebbero a guardare il non esaltante quadro politico attuale. All’egregio professore partenopeo non piaceva la <<costituzione materiale dorotea>> e sogna, chiudendo <<l’infinita transizione italiana>>, di stabilizzare finalmente, la democrazia dell’alternanza . Anche alla Bindi piace l’alternanza. Ora, in base al principio di non contraddizione, poiché, allo stato, l’alternanza è tra l’esercito berlusconiano, con il complemento della Lega, e il PD con il concerto  dipietrista, la conclusione dovrebbe essere che questo assetto è migliore della DC e che tutto funzioni meglio anche perché adesso c’è la protezione civile! Se, invece, le cose non stanno così e ancora non piacciono, allora, forse, sarebbe più sensato porsi la domanda se è davvero la <<rimozione>> della DC a risolvere i problemi di un nuovo, decente assetto politico o se, invece, non bisogna ricollocarla al centro della riflessione storica e politica. Mentre si invoca la fine della <<nostalgia democristiana>> affiorano altre nostalgie, come è inevitabile nel vuoto esistente. Della DC è meglio non parlarne e spazio va dato a chi non l’amava che diventa, così, storicamente più rilevante del partito che ha ricostruito guidato e sviluppato l’Italia. Si assiste oggi a singolari revival.  Si rivaluta, ed è giusto, l’azionismo, e la bella lettera di Beniamino Placido alla figlia commuove i nostri columnist, forse anche per la sua insofferenza verso la DC. Si riconsidera meglio l’opera politica di Craxi, ma si ignora il ruolo della DC e se ne altera la comprensione, sostenendo, appunto, che l’accordo con lo scudo crociato fu l’errore principale craxiano. Si potrebbe continuare, elencando frasi di disprezzo verso l’esperienza democristiana di alcuni mediocrissimi esponenti politici, ma qui siamo alle scempiaggini ed è meglio sorvolare. Ma , oggi, alla “dimenticanza” verso la DC si aggiunge anche l’ironia della storia, e così avviene che i suoi leader, per “dovere d’ufficio”,  vengono commemorati dagli antichi avversari. Sarebbe positivo se aprissero dibattiti e nuove prospettive di ricerca,  ma tutto si conclude nel rito. Ricorrono gli anniversari di Zaccagnini e di Rumor, tace la stampa, tace la televisione. Non è, dunque già dimenticata la DC ? Ma le  <<dimenticanze>>  creano vuoti che vengono colmati male e creano danni storici e politici, perché non c’è discernimento, né analisi degli eventi e delle soluzioni adottate, studio dei rimedi e dei metodi, in definitiva, per quanto ci riguarda,  consapevolezza autentica delle ragioni di una crisi politica come quella apertasi a metà degli anni 90.  L’esito della “dimenticanza” è davanti a noi e non entusiasma neppure, credo, la Bindi e il Griffo.

GERARDO BIANCO

la DC a vent'anni

 

 

 

 

 

 

 

 

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