Posted on 08 febbraio 2010 by Redazione
C’era una strana atmosfera , ieri sera, in una cerimonia laica di alta spiritualità, nella grande sala del Refettorio dei Domenicani, fortemente incastonata nella biblioteca della Camera dei Deputati di San Macuto, con il grande Cristo dell’ultima Cena che troneggiava, circondato ed incorniciato dai volumi delle leggi e degli atti di questo Stato italiano, eversore di conventi, custode di questa patria provvidenziale,“si bella e perduta”.
Metabolizzato (forse) il lutto, tutti tesi a domandarci chi era per noi questo maestro che abbiamo amato e stimato, ma che forse non abbiamo del tutto capito, la cui lezione va ricercata e rivissuta fuori degli incensi celebrativi. Una ricerca penosa e grave, come la ricerca di oggetti cari fra le macerie di un terremoto.
Alessandro Pace apre con un primo enigma. Era un maestro di diritto oppure un maestro di politica? Perché la sua scienza giuridica non era indefettibile? Perché appariva non sufficiente a sé stessa e declinava verso le aspirazioni politiche? Talvolta, dirà qualcuno, inclinata verso l’utopia, cosi lontana da quel compromesso quotidiano che è il diritto su cui si fonda la vita civile’.
La risposta è problematica: la democrazia vive, anche nelle condizioni più difficili, in questa dialettica fra diritto e politica, fra ambito istituzionale ed ambito politico. E questo difficile rapporto non si risolve segnando i confini (come la logica vorrebbe), ma approfondendo il legame fra istituzione e cittadini attraverso la Costituzione.
Non fa parte forse dell’utopia quella parentesi miracolosa in cui le parti disperse e divise di una nazione smembrata si ritrovarono in un patto costituzionale frutto di una breve stagione intransigente in cui uniti cercammo nella resistenza alla barbarie la nostra dignità?
Come non intravedere, fra le nebbie del presente, l’età dell’oro , la stagione miracolosa che segnò la sua gioventù, quando contrapposte ideologie e speranze di risurrezione si placarono fra le rovine di una guerra totale e civile, per fondare insieme la Costituzione e la democrazia. Una generazione consacrata si dedicò alla “renovatio” di un paese dalla unità perduta , di un risorgimento mancato, si propose la resurrezione di una patria voluta dalla provvidenza. Un momento magico senza il quale non si può capire questa contraddizione, che appare un limite ai miopi, ma che è al centro del pensiero di Elia, la sua ragione,non solo di essere dossettiano, ma di essere sempre stato il “grande dossettiano”.
Da questa ambiguità fra la “renovatio” e la necessità di conservare lo stato per capire ed andare avanti, nascono le formule e le intuizioni di Elia. (Sono giuridiche o politiche?).
Quando egli per primo dette il nome ai nodi della realtà e parlò di “occupazione del potere”, e nominò la “conventio ad escludendum”, da cui nasceva “l’arco costituzionale” e poi da qui, a cascata le intuizioni necessarie per capire ed accettare la dura realtà della guerra fredda, che aveva congelato la prima costituente, che aveva condannato il partito nazionale, la D.C. a costruire una democrazia senza alternanza, che aveva confinato il partito comunista in un meandro senza foce, che avrebbe condannato a morte Moro Bachelet e Ruffilli.
Eppure questi sono stati i concetti ( politici o giuridici?)che hanno “nominato”, in senso biblico i grandi orientamenti di massa di quel periodo.
Senza questa spiegazione,data dal professor Pace, sarebbe difficile seguire il corso dell’insegnamento di Elia
Guido Bodrato invece ci mostra un Elia più aderente al disegno politico
La democrazia italiana, perfetta nella sua Costituzione, è invece senza protezione rispetto ai pericoli della guerra fredda. La “conventio ad escludendum” supplisce a questa debolezza e permette di mantenere in equilibrio una democrazia che ha due maggioranze: Una maggioranza che approva il divorzio e che, per ammissione degli stessi radicali, non può governare, ed una maggioranza diversa, che occupa il governo, supplente di una democrazia incompiuta.
E’ da questa anomalia che discendono prese di posizioni importanti nel pensiero di Elia. Queste posizioni sembrano talvolta contradditorie.
Egli si sofferma sulla importanza della seconda parte della Costituzione, come valore di democrazia e riflette sulla necessità della democrazia interna di partito ( articolo 49 della costituzione), sulla difesa della proporzionale, non così assoluta come quella del suo maestro Mortati, ma mitigata dal riconoscimento di una correzione maggioritaria.
Il suo studio critica una bipolarizzazione troppo accentuata e ricerca la logica di una riforma della Costituzione, ma soltanto attraverso maggioranze molto qualificate. Reclama la centralità del parlamento contro la decretazione d’urgenza. Rifiuta il concetto di una seconda Repubblica ma riconosce un secondo momento della Repubblica. Risponde con un NO assoluto alla presente legge elettorale.
E’ un percorso sofferto perché la lezione della “renovatio” si scontra con la necessità di difendere l’eredità costituzionale. In questa contraddizione fra l’utopista non inutile ed il giurista del compromesso, c’è una intima coerenza. C’è nello sfondo, e Bodrato lo sente, quell’incontro ( che ci suona come una antica spedizione del Senato romano a consultare l’oracolo), in cui Dossetti e Lazzati confidano il loro testamento a Scoppola ed Elia. Due generazioni si trovano e si lasciano. La grandezza dei padri è la forza della patria.
Bassanini ci ricorda il travaglio di Elia e ne intuisce l’origine , senza individuarla. Ricorda il rimpianto (il “ripensamento”) sulla scelta della non attuazione dell’art 49 (peraltro impossibile: avrebbe portato a mettere il PC fuori legge, cosa non fattibile per altre ragioni storiche. Ricorda il riferimento continuo alla rifondazione della teoria dello Stato dettata nel famoso discorso di Dossetti al congresso dei giuristi cattolici dei 1953. E Bassanini annota come egli desse al suo ultimo lavoro dedicato alla proposta di riforme istituzionali del 2008, il titolo: “Per una moderna democrazia europea”,
E commenta la esigenza espressa da Elia di adeguare l’art 138 della costituzione. “Una intelligenza inquieta?’ si domanda Bassanini. Piuttosto la definirei una coerenza dossettiana.
Pombeni ci colpisce con una citazione. Elia: un obbediente servitore delle circostanze , un utopista non inutile. Sembra descrivere una contraddizione insanabile, ma la contraddizione non è in Elia, ma nella anomalia italiana. In fondo esprime con parole diverse il dilemma che si è posto Pace: giurista o politico? E ricorda una definizione di Mortati: giurista politico , ma al servizio del sistema.
Anche Pombeni sottolinea che l’esperienza della stagione costituente rimarrà impressa per sempre nell’animo del giovane Elia. Fu un momento vivissimo in cui grandi menti giuridiche incontrarono una classe politica altissima.
Ne troviamo una traccia nella relazione di Elia al Convegno di San Pellegrino. Guardiamo la data 1963. La seconda generazione si appresta alla operazione piu importante e più difficile della giovane repubblica: il centro sinistra, coronamento dell’opera degasperiana. Moro dirige le operazioni e raccoglie tutte le sue forze e tutte le sue idee
Un Elia poco ricordato riprende la teoria dossettiana sulla funzione del partito moderno. Si pone il problema della qualità della leadership, il problema della partecipazione dei cittadini ( della circolazione della base) . Auspica candidature di qualità, contro le candidature di apparato, immagina delle primarie (ancora interne , data la teoria della primazia del partito, come le primarie di Dossetti a Bologna). Teorizza un partito aperto: “ Prende il suo bene la dove lo trova” Siamo alla vigilia della più grande operazione politica del secolo, e si respira l’aria di Rossena. Le speranze mitiche di quel momento si riflettono sullo immaginare una funzione creatrice del partito. E, del resto, perché no?
Nel 1975 il passaggio si fa stretto. Elia si dedica ad una teoria sofisticata della insufficienza del sistema. Pesa su tutti il fallimento del centro sinistra. Il sistema è senza uscite. La sinistra non si scongela, la destra non è utilizzabile, il centro non è più al centro se la D.C. perde la sua carica riformatrice e si sposta a supplire una destra che non c’è. Come uscirne. Con la teoria della “connventio ad escludendum” .Fa appello ad una riforma interna, ad una apertura del partito alla candidature esterne Prefigura il tentativo di riforma di Piccoli e di De Mita. In realtà, . Siamo alla teoria dei due pilastri di del Noce e di Balbo. La forte ed in componibile contrapposizione delle due forze maggiori supportano la stabilità dell’arco che su di esse si posa: questa è l’anomalia italiana questa e la risorsa preziosa. Così si darà il nome all’arco costituzionale. ( E’ costituzionale non perche sia iscritto nella costituzione, ma perché deriva dal ricordo della collaborazione dei contrapposti nella costituente).
In questa fase difficile Elia denuncia l’incapacità rappresentativa del partito: una idea
ispirerà l’incontro con la Lega democratica e con Scoppola. Elia e Scoppola si troveranno come esterni impegnati sui banchi parlamentari della ultima democrazia cristiana.
Poi si separeranno come i gemelli divini, l’uno a difendere la centralità del parlamento, l’alto ad ispirartela riforma referendaria.
Ma anche in questa occasione Leopoldo Elia cerca di razionalizzare il sommovimento, di dare una veste giuridica alle forze ed alle tensioni. E’ il tentativo di dare forma alla democrazia di investitura ed alla democrazia di indirizzo. A pombeni appare improbabile la distinzione
Questo è l’unico modo di incanalare le tensioni, sapendo che c’è una democrazia senza alternanze che si può solo salvare approfondendo la partecipazione democratica.
Pombeni dice che sembra incomprensibile l’elogio di Elia per l’anomalia italiana che egli cerca di vedere non come malattia, ma come occasione di creatività ( Come non ricordare la peculiarità della vocazione italiana per la sua condizione anomala per cui Dossetti diffidava dallo schierarsi, con il Patto atlantico) Si capisce l’apprezzamento per la anomalia italiana solo in riferimento a questa originalità.
Pombeni conclude con una lode. In ogni caso Elia segue una regola morale: dedicare l’attenzione al sistema e non al principe.
Ma anche questo ci rimanda al’ultimissimo appello di Leopoldo: La storia della DC ha ancora molte pagine da svelare e tutti noi, se non vogliamo ridurci a veterani patetici, dovremmo colmare qualche lacuna, “ne ignorata damnetur”. L’invito non a commemorare ma a ripartire da qui.
La meditazione si conclude con il ringraziamento di Paola e delle sue figliuole. Non a noi, ma a voi, grazie. Non fateci mancare, voi donne, la vostra commovente “fortezza”. Ne avremo bisogno.