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La commemorazione di Mariano Rumor in parlamento

Posted on 25 gennaio 2010 by Redazione

La cronaca del 26 gennaio 2010 in Parlamento

Ha avuto una bellissima idea, Lorenzo Pellizzari nel portare a Roma nella sede del Parlamento la commemorazione che la Fondazione Mariano Rumor ha celebrato nel XX° anniversario della sua morte, perché le persone coinvolte non hanno potuto, in quell’ambiente evitare di constatare l’assurdo silenzio che  è sceso sulla sua eredità storica.

Già fin dalle espressioni di compiacimento più formali, quella del Presidente della Repubblica e quelle del Presidente della Camera, emerge lo stupore e l’ammirazione per le realizzazioni della sua politica ed una sorta di rimpianto per la civiltà e per l’umanità con cui vennero affrontati quegli anni tempestosi.

Fini, quasi sorpreso dall’importanza di questa opera riformatrice esprime il desiderio che il metodo usato, l’azione moderatrice e rispetto di tutti, possa essere ritrovato anche oggi, quando,  pur non essendoci le gravi contrapposizioni di allora, le divisioni sono più aspre e più paralizzanti di allora.

Casini non può mostrare stupore perché ha conosciuto, seppur giovanissimo il valore di quel metodo. Semmai riscopre un Rumor precedente quasi dimenticato, il Rumor Presidente delle Acli vicentine, il codificatore delle istanze sociali di un partito popolare, nella lunga e ponderosa relazione del Congresso di Venezia. (Non va dimenticato che Rumor è stato assieme a Gronchi l’ultimo esponente di un’oratoria cattolica scomparsa con loro).

Ma anche Casini, che pur ha di fronte a sè Forlani e Colombo si stupisce della solitudine di Rumor e del silenzio su Rumor. (Forlani è stato quello che per incarico di Dossetti incontrò Rumor per fondare l’Iniziativa Democratica. Colombo, è il gemello politico che fondò assieme a Rumor il gruppo doroteo.) Casini cerca di spiegare il valore dell’esperienza dei dorotei. Il loro era un riformismo pacato e temperato che permetteva di portare la parte moderata, e perfino la parte troppo moderata, ad accettare e sostenere il programma concordato con gli irrequieti socialisti. Un capolavoro politico che assomiglia ad un miracolo. E Casini conosce bene che se fosse ancora presente la qualità dei dorotei, non sarebbero mai nati né un Berlusconi, né una lega. E con rimpianto ricorda il discorso del 31 gennaio 1990, l’ultimo profetico discorso di Rumor, in cui denuncia il rischio di implosione del partito per le gravi incrostazioni che ne stavano trasformando la natura, che non si potevano o non si volevano correggere. No, non era un silenzio silenzioso.

Ma il rimpianto di Casini, che appare naturale e dovuto, per uno strano contrappasso, riemerge con la stessa intensità nell’ intervento di Macaluso  che ci sorprende subito, fin dall’inizio.

Egli che fu esponente del partito comunista incomincia citando Bagnasco ed il suo “sogno di una nuova leva di cattolici in politica”. E ricordando il grande contributo dei cattolici alla creazione della Repubblica e della Costituzione, sembra temere che non si possa restaurare la Repubblica senza un ritorno dei cattolici democratici ad occuparsi dell’Italia. E qui gli riesce spontaneo un apprezzamento, importante perché nuovo, di quei cattolici che arrivarono alla politica sulle ali della resistenza venendo dal loro impegno talvolta perfino parrocchiale: “Il vantaggio della DC sul PCI consisteva proprio nel fatto che questi giovani che avevano contrastato il fascismo ed avevano maturato i loro convincimenti nella realtà italiana conoscevano meglio l’Italia di quanto non la conoscessero i capi comunisti, venuti dalle carceri, dall’ immigrazione, dalla Unione Sovietica. Macaluso rinnova anche il giudizio sui dorotei: quando la modernizzazione del partito di Fanfani rischia di snaturare con i suoi apparati la natura popolare del mondo delle associazioni, i dorotei svolgono un compito che valorizza la collegialità. Forse questo giudizio è ingiusto nei confronti di Fanfani ma è giusto quando valorizza un carattere che fu nello stesso tempo dei dorotei e soprattutto dei leaders veneti. L’elogio di Macaluso non è convenzionale  e non si sottrae ad una critica che egli ritiene doverosa. Si domanda: Perchè Moro fu emarginato da Rumor ? Perché Rumor, un uomo così intelligente nel capire (e qui cita un giudizio di Rumor su Togliatti) fu isolato ed emarginato ?

Dice Macaluso:” L’ho conosciuto al Senato, era un uomo triste, un uomo amareggiato. Lo scrive nel suo diario: Sono un uomo solo.”

Perché ? Mi ricorda Pier Vincenzo Porcacchia, che fu suo collaboratore, un particolare che corregge le impressioni di Macaluso, necessariamente esterne. Non fu Rumor ad emarginare Moro. In quell’occasione il metodo doroteo mise fine all’esperienza di Forlani alla segreteria, per riportare Fanfani al partito e Rumor al governo, essendo, in quel momento, più adatto a gestire la grave crisi dei socialisti. E quando Fanfani dopo il referendum ed il sorpasso dei comunisti alle amministrative, passò la mano, fu Moro a gestire la successione. La proposta di Moro conduceva ad un ritorno di Rumor al partito, ma Bisaglia mise il veto ed impose Zaccagnini. Così si pose fine al costume civile dei dorotei e, con un parricidio, entrammo nella tragedia di Moro, di Zaccagnini, di tutti.

E Mariano Rumor rimase un uomo solo.

Un discorso di Mariano Rumor su “I dorotei”

Bari 18 aprile 1985

La cronaca racconta che la nascita dei dorotei è avvenuta in un convento di suore: di suore da qualche secolo dedite alla redenzione delle ragazze traviate.

Per la stampa politica e di colore quell’incontro, in quel convento, divenne un punto di riferimento suggestivo, carico di significati allusivi e di facili malizie. Certo nessuna corrente ebbe tanta popolarità – di simpatia e di antipatia – e nessuna corrente acquisì un senso pregnante tale da riferirvi atteggiamenti politici assunti da qualsivoglia forza del complicato universo politico italiano.

Cosa sono stati i dorotei? Mi pare difficile negare che essi hanno caratterizzato un decennio – poco più, poco meno – della vita della D.C. e della sua influenza nella vicenda politica italiana. Nel bene e nel male essi sono stati il centro direttivo, ad un tempo promozionale e moderatore, della politica democratica cristiana. Nel bene e nel male, cioè, i dorotei sono apparsi nel dibattito politico e nelle forti polemiche negli anni a cavallo tra il 59 e il 70 per un verso un gruppo quasi deteriore di potere e di mera gestione di esso; per l’altro una componente politica insopprimibile – senza grave squilibrio – della D.C., un suo modo di essere; proprio per la sua collocazione centrale, per la capacità di mediare fermenti ideali e popolari della società italiana.

Ho accennato all’episodio diventato simbolico della sua nascita. Di esso è tutto noto e non mi pare il caso di rifare la cronaca di quel momento che fu per molti, e per me particolarmente, traumatico e sofferto (vedi “Memorie 1943-1970” pagg. 243 e seguenti). Il Presidente Fanfani, a polemiche ormai lontane nella storia – è passata tanta acqua sotto i ponti! – mi conceda la battuta, il paradosso: in un certo senso, indirettamente, potrebbe in qualche modo considerarsi lui il fondatore dei dorotei.

Vale piuttosto la pena di ricordare il momento drammatico in cui la componente dorotea nacque. Un momento in cui, venuto meno, per il rifiuto di aderirvi del partito socialista, il centro-sinistra cosiddetto “pulito”, nato nella grande vittoria elettorale conseguita nel 1958 dalla Segreteria Fanfani, si era aperto un vuoto di schieramento politico.

Un momento che mise a dura prova, allora e in seguito, la possibilità per la D.C. di mantenersi al centro dello scacchiere politico e del Paese come forza propulsiva e mediativa. Il fenomeno Tambroni segnerà il momento di maggiore rischio di questo travagliato periodo.

A guardar bene, il contrasto che fu all’origine  del fenomeno doroteo non verteva tanto sulle sue scelte ma piuttosto sui modi in cui portarle avanti, avendo presente gli umori del nostro elettorato medio estremamente articolato e composito che influiva nella nostra rappresentanza parlamentare, rendendola inquieta e, in momenti di particolare emotività, reattiva e indocile.

Il problema era insomma di scegliere cercando di portare con sé tutto il nostro vasto elettorato. Lo consideravamo non tanto un legittimo egoismo di partito, quanto un’esigenza oggettiva della democrazia italiana: quella di tenere l’elettorato medio, sostanzialmente moderato, fermamente ancorato attraverso la D.C. ad una prospettiva di realistico sviluppo democratico in termini di schieramento e di riforme. Un’esigenza valida ancora oggi e sempre; ma tanto più allora, nelle condizioni date degli anni sessanta e dinnanzi ad una prospettiva di svolta verso il centro-sinistra e il partito socialista italiano.

Più che riandare alla cronaca di quegli anni particolarmente movimentati che chiederebbero un tempo ben più ampio di quello consentito in quest’incontro, vorrei tentare di enucleare alcune linee di fondo cui i dorotei si attennero nei fatti e nelle scelte, anche in presenza di una vivace dialettica interna al gruppo stesso e di incertezze e rigidezze che talora si manifestavano.

  1. Anzitutto la preoccupazione di tenere salda una linea di rigore democratico. Era del resto questo una comune eredità – di tutto il Partito – della lezione di De Gasperi sulla validità della collaborazione democratica con le forze laiche e socialdemocratiche e più avanti con quelle socialiste.
  2. Il leale sostegno alla svolta di centro sinistra. È uno dei temi oggetto di non poche polemiche e di contestazioni. Non è certo mia intenzione ignorare le perplessità e le resistenze, anche autorevoli, nel gruppo doroteo, specie sui tempi e modi della svolta. Ma non bisogna nemmeno ignorare le preoccupazioni e i rischi di allora ( oggi neppure percepibili ). Basta ricordare gli obiettivi dichiarati della sinistra socialista che puntava al centro-sinistra come strumento per ridimensionare se non per spaccare la D.C. Ma la svolta di centro-sinistra sancita dal Congresso di Napoli non sarebbe stata possibile se la proposta avanzata dalla Segreteria Moro e sostenuta da Fanfani, non avesse avuto l’appoggio dei dorotei che ne avvallarono l’opportunità presso una larga base di partito di elettorato differente ed incerta? E difficile sarebbe stato per la Segreteria Moro, che esprimeva emblematicamente quella politica, fronteggiare senza difficoltà l’insuccesso delle elezioni del 1963 giocate appunto sulla scommessa del centro-sinistra senza la solidarietà aperta dai dorotei; ed altrettanto impervio sarebbe stato il recupero dell’alleanza organica coi socialisti dopo la sconvolgente notte di S. Gregorio in casa socialista, se i dorotei nel Consiglio Nazionale D.C. non avessero sostenuto decisamente che quell’alleanza organica andava recuperata perché da quel nuovo corso politico non si doveva recedere.  Non credo di peccare di presunzione ricordando anche che – assunta la Segreteria del Partito dopo la formazione del primo Governo organico di centro-sinistra presieduto da Moro – pur attraverso vicende obbiettivamente traumatiche come l’elezione del Presidente Saragat e due crisi di governo di soluzione particolarmente difficile, – fu assicurata dal Partito la continuità della coalizione e della presidenza Moro e un sostegno fermo e solidale consentì che essa  coprisse – a partire dal dicembre del 1968, l’intera legislatura. Un fatto che dopo il governo con maggioranza assoluta D.C. di De Gasperi, non si ripetè più fino a oggi.
  3. La fedeltà dorotea alla linea riformista è anche un tema presente nella polemica di quegli anni. Ai dorotei veniva attribuita la tendenza, se non l’immobilismo, al rallentamento e alla dilazione. Si giunse ad accusarli di aver estenuata la potenzialità del centro-sinistra. Credo che il  ripensamento storico abbia non poco corretto questa critica e ne abbia messo in luce la presuntuosità e l’inconsistenza. Guardiamo in faccia la realtà dei fatti: dal Governo di Segni del 1959 fino alla conclusione della presenza maggioritaria dei dorotei, le riforme forse più robuste effettivamente attuate sono all’attivo della componente dorotea. Fu Zaccagnini nel 1959 a varare la legge sulla validità erga omnes dei contratti di lavoro; fu Colombo a portare in porto la concordata nazionalizzazione dell’energia elettrica nel 1962; fu chi vi parla a dar vita al Piano Verde, alla democratizzazione dei consorzi di bonifica, alla creazione degli enti di sviluppo e fu lo stesso che – da Ministro degli Interni – intraprese la prima grande offensiva contro la mafia. E – se pur nel momento del crepuscolo doroteo – fu il Governo presieduto da uno di essi a varare tra mille incertezze e contraddizioni e maledizioni, lo statuto dei lavoratori, a dar corso al salto di qualità salariale e normativo dell’autunno 1969, alla prima riforma della previdenza sociale. Quando si parla di azione ritardatrice dei dorotei, si cita il caso delle Regioni esploso nel novembre del 1962. Ma quale fu allora la preoccupazione di essi? Fu quella di legare una riforma così rilevante – nel momento in cui si avvicinava ad una svolta difficile del centro-sinistra – ad un preventivo chiarimento da parte dei socialisti e degli alleati circa l’esigenza di costituire ovunque possibile giunte regionali di centro-sinistra. Ma questa è un’esigenza ricorrente, che fu alla base del così detto preambolo Forlani durante la sua Segreteria; e che è oggi, giustamente, in cima alle preoccupazioni del Segretario De Mita. Per la cronaca comunque le Regioni nacquero qualche anno dopo, e fu proprio uno di quei dorotei (chi vi parla) che avevano espresso le loro preoccupazioni nel 1962, che presiedette al varo dell’ordinamento regionale. Certo: questa linea politica si mosse col consenso e spesso con la sollecitazione delle componenti soprattutto  di sinistra del Partito e per assolvere ad impegni di coalizione. Ma mi pare che essa vada richiamata per stabilire una verità da alcune parti deformata e contestata; per ricordare che – essendo in quel tratto di tempo la realtà dorotea dominante nell’iniziativa del Partito – la spinta dinamica e costruttiva che caratterizzò quel periodo ebbe nei dorotei un punto centrale di riflessione e di promozione.

Forse per una mia vocazione specifica ritengo che l’incidenza del movimento doroteo sia da considerarsi positiva in particolare sul piano del Partito.

L’idea contorta di un gruppo politico faccendiere e opportunista ha messo in ombra il dato obiettivo che la stagione dorotea del partito è una delle più ricche nella storia democristiana; tempestiva e spesso precorritrice rispetto ai mutamenti e alle svolte della società italiana e della sua rilevante porzione che si muove nell’area di influenza cattolica.

Con un’attenzione pregiudiziale: di garantire l’adeguatezza a questo compito dello strumento Partito. I dorotei puntarono sempre, specie nei momenti di divaricazione anche drammatica, a ricomporre il massimo di unità del partito. Non a caso un anno dopo la Domus Maria il Partito e la sua maggioranza designarono e sostennero Fanfani alla guida del governo delle convergenze parallele; e questa ricomposizione fu perseguita con la mia Segreteria dopo la divaricazione nelle elezioni presidenziali del 1964 e dopo il Congresso di Milano del 1967; con la Segreteria Piccoli dopo la rottura del socialismo unificato, nella composizione del rischiosissimo Governo monocolore che fu giocoforza costituire.

Un’unità che lasciando libera voce alla dialettica interna si coniugava con la ferma difesa della dignità del Partito. Il tentativo arrogante, specie durante la prima esperienza di centro-sinistra organico, di interferire nelle scelte del Partito – non fu mai tollerato a costo di rischi assai gravi: tipico il no netto – al limite di una crisi senza soluzione parlamentare – opposto con successo alla pretesa dei socialisti di escludere dal terzo Governo Moro uomini del centrismo popolare di Scelba. Fu una stagione anche di equilibrata distribuzione del potere quella dorotea: al governo le responsabilità sue proprie, al partito il rapporto con la società e la mediazione tra la società e le istituzioni.

Siamo negli anni non solo del centro-sinistra in fieri o in atto ma all’avvio della distensione , del Concilio, dell’unificazione socialista, dei primi fermenti contestativi.

Ebbene, credo proprio che su questo terreno l’iniziativa dorotea abbia dato un contributo essenziale, non ancora consumato, alla riflessione del partito.

Vi erano stati – va ricordato – i Convegni di S. Pellegrino ideati da Moro che aprirono un periodo di dibattiti e di orientamenti di alto livello culturale. Mettono a punto la posizione della Democrazia Cristiana rispetto alle grandi f orze operanti nel Paese; preannunciano e prevengono i tempi dell’economia programmata, preparano e secondano l’avvento della politica di centro-sinistra. L’incalzare dei mutamenti della coscienza pubblica, degli equilibri e dei rapporti civili ed economici della società, l’avanzante novità del Concilio e delle sue conseguenze sul piano politico sono fronteggiate dalla successiva gestione del partito affidata a chi vi parla, con un ventaglio di iniziative che investono un assai vasto arco di ambiti culturali, civili e sociali.

L’Assemblea di Sorrento e il Convegno di Lucca sono momenti di presa di coscienza e di proposta obiettivamente determinanti nella vita del Partito.

A Sorrento e a Lucca la DC assumeva piena consapevolezza dei grandi, radicali

mutamenti intervenuti nella società italiana anche e soprattutto grazie alla sua iniziativa; prendeva atto dei mutamenti non meno grandi nel mondo cattolico con il Concilio e la svolta giovannea, con la fine del collateralismo e, quindi, con la diaspora cattolica. E riprendeva conseguentemente coscienza della radicalità della sua ispirazione cristiana, ma insieme della sua autonomia e della laicità delle sue scelte coerenti ad una visione sturziana e degasperiana di partito progettuale di iniziativa e di partito nazionale di mediazione.

In particolare, Sorrento costituì una riflessione su se stesso, che si accompagnò ad un’analisi impietosamente schietta sulle proprie ombre e deficienze quale nessun partito aveva mai fatto.

A ben guardare, comincia da Sorrento la delegittimazione sostanziale delle correnti e dei gruppi, non quali mezzi e occasioni di dialettica interna e di varietà e ricchezza di impulsi, ma quali incrostazioni e coaguli per la mera gestione delle tessere e del potere: male che se ha intaccato certamente i dorotei non ha intaccato in misura minore altri gruppi.

Nel maggio ’67, la linea di un rinnovato accordo con la società, trova riscontro in una altra tappa con il Convegno di Lucca. Fu questo un grande ed originale esame di coscienza comune ed organico tra uomini di cultura cristiana e politici dopo il Concilio. Un rapporto nitido vi si designa. La DC pretende di creare una cultura organica ma in coerenza alla fine del tradizionale collateralismo e dei fermenti e della diaspora del mondo cattolico chiede alla cultura cristiana ispirazione e indicazioni critiche, un “supplemento d’anima” che dia respiro e grandi prospettive agli interessi politici. A proposito del Convegno di Lucca non posso non dissentire da quanto afferma l’amico Scoppola nel suo libro “La nuova cristianità perduta”.

Di Lucca egli parla sostanzialmente bene, ma contesto che la D.C.  (“dorotea” naturalmente che pur l’aveva realizzata) non ne abbia tenuto conto e trovo davvero assurdo il collegamento che egli fa, sia pure con qualche perplessità, colla celebrazione del referendum.

Il decennio doroteo fu obiettivamente una stagione di viva animazione del partito intorno ai grandi temi della società italiana, dalla programmazione, al Mezzogiorno, alla casa, ai grandi centri; d’invenzioni strutturali: nacquero i GIP, le attuali sezioni d’ambiente, si rafforzarono le funzioni e i poteri degli organi regionali di partito. E fu anche un tempo di grandi successi elettorali: l’impensata vittoria elettorale in Sardegna nel 1965: il più grande successo mai conseguito nelle elezioni amministrative a Roma nel 1966; la faticosissima ma brillante vittoria in Sicilia nel 1967; il risultato nelle elezioni politiche del 1968 non più raggiunto da allora in poi.

E chiudo questi rapidi cenni con la constatazione di un fatto non dovuto a merito esclusivo dei dorotei, ma certamente giunto al più alto livello nella fase della loro gestione: ed è l’immagine che la D.C. italiana si era venuta conquistando come punto di riferimento per il movimento democratico-cristiano europeo e mondiale, segnatamente nel continente latino- americano.

Qualcuno potrà obiettare che ho dato in questi cenni un’immagine troppo positiva – se non apologetico – del fenomeno doroteo. Non sarò certo io a negarne le ombre, le deficienze, gli errori, le interne fragilità e le diffidenze che hanno taluni, anzi in non pochi, insinuato la comoda immagine del doroteo faccendiere, trasformista, pragmatico, al limite conservatore.

La ritengo un’immagine in buona sostanza falsa e distorta.

E se nel complesso può essere apparso che io facessi coincidere la presenza dorotea con l’iniziativa globale del partito, va detto subito che essa certamente attinse ispirazione e suggerimenti da altre componenti del partito e ne ebbe collaborazione leale e viva. Il relatore di Sorrento fu Forlani che non era doroteo. A Milano fu Petrilli, pur esso di diverso corrente. E a Lucca la compagine che lo promosse – Branca, Cotta, De Rosa, Fabro, Veronesi -  era esterna al partito e non ritengo d’inclinazione dorotea.

Ma va anche detto che la gestione dorotea quasi sempre ne assunse l’invenzione e comunque la responsabilità e la guida come era proprio d’una componente che occupava nel partito uno spazio che per quasi un decennio si avvicinava alla maggioranza assoluta.

E fu anche un grande strumento di raccolta e di valorizzazione, un grande collettore di classe dirigente la cui ricchezza fu la sua forza ma anche la sua debolezza. Si pensi all’articolata presenza della sua classe dirigente variamente e via via presente nel tempo, con una straordinaria proiezione di rilevanti personalità al centro e alla periferia.

Per questo nella riflessione offertami da questo incontro che si svolge in un’ottica ormai lontana, mi sono domandato se i dorotei più che una corrente non siano stati una maggioranza articolata seppur solidale nei passaggi impegnativi della via del Partito.

Ho parlato a questo proposito di forza e debolezza insieme. E non c’è dubbio che proprio quella ricchezza di talenti, di forze, di personalità, ognuna capace d’una propria intelligenza degli eventi, quasi tutti alla pari nella reciproca considerazione, doveva finire, per le alterne vicende della politica, per disperdersi.

Cominciò Traviani, poi l’”autonomizzazione” di Moro, più avanti la spaccatura verticale dei dorotei in due tronconi, da ultimo la diaspora fino al Congresso del 1982.

Personalmente considero il distacco definitivo di Moro, la sua uscita a sinistra al Congresso di Roma del luglio 1969, la conclusione della fase ascendente del ciclo storico della pur articolata unità dorotea. Le difficoltà insuperabili in cui si trovò ad operare la Segreteria Piccoli ne costituiscono la conferma. Le vicende successive ne segnano la lenta disarticolazione. Una conclusione quella del ciclo “doroteo” per molti versi amara per i protagonisti; ma credo onestamente non positiva anche per il partito.

Comunque, e concludo, una stagione a mio avviso ricca e positiva per il partito, la coi lezione e la cui eredità, con i necessari e legittimi distinguo, vale la pena di riproporre ai democratici cristiani e non solo a loro per valutarne e, perché no, rivalutarne vichianamente i contributi.

Il Programma

Martedì 26 gennaio, alle ore 15, presso la Sala della Lupa, il convegno “Mariano Rumor: l’impegno di un cattolico al servizio della Repubblica”, in occasione del ventesimo anniversario della scomparsa. Il Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini. Pier Ferdinando Casini, Emanuele Macaluso, Francesco Malgeri, Lorenzo Pellizzari.

“L’eredità di Mariano Rumor” di Francesco Malgeri


rumor

Mariano Rumor fu espressione di quella generazione di cattolici cresciuti negli anni del fascismo, ma non contaminati dall’ideologia del regime. Giovani vissuti in seno all’associazionismo cattolico, che parteciparono alla Resistenza e che trovarono nella Democrazia cristiana la loro collocazione naturale.  Molti di questi giovani democristiani si riconobbero nella proposta dossettiana, nella suggestiva idea di una rivoluzione cristiana capace di trasformare gli assetti sociali e politici del paese nel segno della giustizia sociale.

Rumor fu vicino a Dossetti, anche se mai venne meno il rispetto e il riconoscimento del ruolo e della personalità politica di De Gasperi, che del giovane parlamentare vicentino apprezzò le doti umane e politiche affidandogli importanti incarichi. Le vicende politiche degli anni Cinquanta lo portano ad essere protagonista del gruppo di Iniziativa democratica. Fu a fianco di Fanfani, sino alla svolta dorotea del 1959, che portò Aldo Moro alla guida della Democrazia cristiana.

Rumor fu in primo luogo, per sua stessa ammissione, uomo di partito. Eletto alla Segreteria politica della Dc, nel gennaio 1964, rimase in carica per cinque anni nell’arco di tempo che vide la fase più ricca e vivace del centro-sinistra. La sua linea si ispirò all’obiettivo di “restituire alla politica  quelle ispirazione cristiana, quella larghezza di orizzonti, quella autenticità di vocazione culturale per l’impegno civile che fu già della migliore e più grande tradizione del pensiero politico cattolico contemporaneo”.

Alla fine del 1968, assunse la guida del governo. Si apriva per lui una nuova e significativa fase della sua biografia politica. Si trovò a dover gestire una dei periodi più tormentati e delicati della nostra storia politica e sociale. Sono gli anni della protesta giovanile e nelle grandi agitazioni sindacali. Sono gli anni che segnano l’inizio di un processo degenerativo degli equilibri sociali e istituzionali e l’avvio ad una spirale di violenza e di disegni eversivi, ai quali si accompagnò il progressivo emergere del fenomeno terroristico. Toccò a Rumor gestire questa situazione, che non aveva precedenti nella storia del paese. Lo fece con quella sua straordinaria umanità che mascherava tuttavia la forza d’animo e il coraggio necessari in simili circostanze. La strage di piazza Fontana la visse in prima persona. Cercò soprattutto di trovare nelle migliori energie e nel costume antico del nostro paese il sostegno morale e civile per respingere gli oscuri disegni che si nascondevano dietro quella tragica vicenda.

La prima fase dell’esperienza di Rumor alla guida del governo si chiuse, com’è noto, nell’estate del 1970, nel quadro della delicata questione del dibattito attorno alla legge sul divorzio. Abbandonava la guida del governo con un bilancio in attivo. Poteva annoverare il varo di provvedimenti quali  lo Statuto dei lavoratori e la riforma universitaria che, seppur oggetti di rilievi e critiche, segnavano il necessario tentativo di rispondere con provvedimenti legislativi alle tensioni e alle agitazioni che avevano turbato la vita del paese tra il 1968 e il 1969. Con Rumor si ebbe anche l’approvazione della legge sul referendum e l’attuazione, ad oltre venti anni dall’entrata in vigore della Costituzione, del decentramento regionale.

Tornò al governo dal luglio 1973 all’ottobre 1974, nei mesi in cui il mondo cattolico e la DC subivano i riflessi negativi della sconfitta del referendum sul divorzio, preludio al crollo elettorale nelle elezioni regionali del 1975.

La sua biografia politica attraversa la storia della nostra Repubblica, nei momenti più felici e nelle fasi più drammatiche, attraversa le grandi trasformazioni sociali, economiche, culturali e politiche conosciute dal nostro paese in questi decenni. La sua fu una presenza attiva e operosa, coerente con la propria cultura politica e con la propria fede. Ebbe una fiducia piena nella democrazia, che visse anche alla luce di una sensibilità religiosa vivissima, che alimentava a contatto con le tradizioni della sua famiglia e della sua terra.

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