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A rischio lo stato di diritto. La crisi spingerà la società civile ad una riscossa morale ?

Posted on 18 marzo 2010 by Redazione

Mentre corriamo verso il voto di fine marzo, dobbiamo porci questa domanda: le ultime vicende spingeranno la società civile, che appariva indifferente e rassegnata, ad una riscossa morale; oppure il Grande Comunicatore riuscirà anche questa volta a convincere gli elettori che stanno per partecipare ad un referendum sulla democrazia e sulla libertà del paese ? Quando si stava avviando la competizione elettorale, l’inchiesta della magistratura sugli appalti del G8 e poi quella su un riciclaggio miliardario, avevano indotto il sistema mediatico a chiedersi se la situazione del paese – dal punto di vista dell’etica pubblica – fosse migliore o peggiore di quella svelata da Tangentopoli. Ormai possiamo riconoscere che la situazione è peggiorata, ma la polemica esplosa sulle elezioni regionali, e la radicalizzazione dello scontro, potrebbero oscurare la polemica sul dilagare della corruzione. La storia della Prima repubblica si era conclusa con la crisi dei partiti che l’avevano fondata, ma l’opinione pubblica era convinta che la democrazia sarebbe rinata dalle ceneri della partitocrazia; e comunque in quella fase la magistratura non è stata messa sotto accusa e l’informazione televisiva non è stata imbavagliata. La Seconda repubblica rischia invece di concludersi con lo stato di diritto travolto dalla slavina populista e con la dissoluzione dello stesso senso dello stato. La personalizzazione della politica, che avrebbe dovuto essere il perno della modernizzazione della repubblica, sta degenerando in autoritarismo; e gli scandali non scandalizzano più. Così, con l’autorevolezza dello stato declina il rispetto della legalità e con la fine dei partiti si indebolisce l’attenzione della politica per il bene comune. Anche l’opinione pubblica si è ormai convinta che la situazione è peggiorata, ed a quindici anni dal tramonto della Dc e del Pci, gli elettori sembrano avere nostalgia del passato: Ivo Diamanti sostiene che alla Dc andrebbero oggi più consensi di quelli che questo partito raccoglieva negli anni ’90 (La Repubblica del 7 marzo) Anche l’Italia contemporanea, come l’Italietta pre-fascista, è dominata da una oligarchia incapace di resistere all’onda dell’anti-politica, ed è governata da una “partitocrazia senza partiti” che rischia di essere inquinata dal malaffare. Molti elettori dell’area intermedia sono critici nei confronti della maggioranza al potere e dei suoi  cedimenti alle tentazioni separatiste della Lega; ma pochi sono passati dall’altra parte, come vorrebbe il modello dell’alternanza, poiché si è rafforzata nella gente la convinzione che “tutti i politici sono uguali”, e che in occasione del voto la scelta migliore è l’astensione.. Secondo i sondaggi, nelle prime settimane del 2010 – sotto l’incalzare della questione morale – il governo aveva perso il tre/quattro per cento dei consensi, ma il Pd era rimasto fermo al 30 per cento dei consensi. Il bipolarismo ha congelato l’elettorato?  Ma quando il pasticcio delle liste ha conquistato le prime pagine dei giornali, ed Il Corriere della Sera ha scritto che il Popolo della libertà è “un partito di plastica che si sta dissolvendo”, “una somma di potentati locali…guidati da gente di ogni risma ma di nessuna capacità”, anche i quotidiani dell’impero berlusconiano per qualche giorno sono stati particolarmente aspri contro gli apprendisti stregoni della coalizione al governo. Ed il popolo viola è tornato in piazza. Qualcosa sta cambiando? E’ forse vero che negli ultimi tempi le fortune elettorali del Pd sono state affidate agli errori della destra, più che alle iniziative politiche dalla sinistra. Ed è vero che neppure dopo l’elezione di  Bersani alla guida del partito si è ridotta l’incertezza sull’identità del Pd, e che comunque questo partito non può affidare le sue fortune alla sinistra di Nichi Vendola ed alla radicale Emma  Bonino. Se vuole ripensare il ruolo del riformismo e dare vita ad un partito plurale ed a vocazione maggioritaria, il Pd deve riconoscere che i cattolici democratici restano decisivi anche per il voto di marzo, e che non a caso anche i moderati stanno comprendendo che il blocco conservatore sta imboccando una strada senza via d’uscita, sempre più prigioniera della componente autoritaria e della Lega.. Ma i cattolici che militano nel Pd e si richiamano al popolarismo, per parte loro dovrebbero essere più forti nell’affermare i valori e le regole della Costituzione, nel difendere la democrazia rappresentativa contro la dittatura della maggioranza, nella denunciare i rischi plebiscitari della deriva presidenzialista, che non a caso è il perno della strategia autoritaria. Mobilitare la piazza contro l’arroganza è importante, se è parte di una strategia democratica, se è in funzione di un progetto alternativo a quello populista. Sul tema delle riforme della politica, il Pd è ancora prigioniero delle ambiguità che lo hanno paralizzato nel recente passato, quando il suo vertice pensò che il bipolarismo poteva essere rilanciato riformando  “per via politica” il cosiddetto “porcellum”. Quando si riproporrà la questione delle riforme, quale sarà il progetto dei democratici?

Guido Bodrato

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