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Una strada verso Camaldoli

Posted on 18 marzo 2010 by Redazione

Un breviario di viaggio con pagine di Roberto Ruffilli, Giulio Andreotti, Ciriaco De Mita, Arnaldo Forlani

L’attualità di Roberto Ruffilli; Andreotti che propone un itinerario non confessionale ai cattolici; La sfida dell’ispirazione cristiana della politica è il “metodo Camaldoli” proposto da De Mita;L’esigenza di verità è l’indicazione di Arnaldo Forlani su cui dovranno misurarsi i gruppi di derivazione democratico cristiana dell’uno e dell’altro campo

Partenza per Camaldoli

Incominciamo il nostro viaggio verso Camaldoli partendo da una pagina in cui Roberto Ruffilli riassume i propositi di riforma Istituzionale e del sistema politico nel 1983. Il suo lavoro fu crudelmente interrotto dalla condanna a morte sanzionata ed eseguita dalle brigate rosse. Non si può prescindere da questa pagina dell’aprile del 1983, e saremo tutti sorpresi della sua attualità.

 […]La Democrazia Cristiana at­traverso la riforma istituzionale intenda darsi carico del funzio­namento complessivo della democrazia italiana. Essa mira a co­gliere le possibilità offerte dalla caduta delle contrapposizioni ideologiche, e dall’aumento della secolarizzazione e della socia­lizzazione della vita associata, per favorire una sempre maggio­re integrazione delle diverse forze politiche e sociali attorno a comuni regole del gioco democratico, idonee a comporre deci­sione e controllo, responsabilità e verifica delle medesime. […]Le riforme istituzionali non possono servire per rafforzare il ruolo ed al potere di un singolo partito, ma debbo­no essere finalizzate alla soluzione dei problemi di fondo adesso aperti per l’ulteriore sviluppo dell’intera democrazia italiana. Occorrono riforme in grado di dar risposta alle istanze di una società sempre più matura ed esigente: e questo per quanto ri­guarda la certezza della legge, dei diritti e dei doveri; la scelta effettiva da parte del popolo e dell’elettorato di uomini e pro­grammi di governo; ed una stabilità dell’Esecutivo accompa­gnata da un adeguato controllo del Legislativo. Il che richiede peraltro che vengano evitate semplificazioni pericolose. E’ certo opportuno correggere i limiti del sistema elettorale pro proporzionale, ma senza puntare ad una ristrutturazione drastica e vio­lenta del nostro pluralismo politico e partitico, che rimane co­munque un valore; così come e opportuno aumentare la capa­cita decisionale del governo, ma senza puntare ad un Esecutivo forte in chiave di delega a personalità ed istituzioni carismati­che, con la deresponsabilizzazione del cittadino e della società. Torna così alla ribalta La propensione già esplicitata dalla D.C. durante La Costituente, ed in occasione dell’elaborazione programmatica del primo centro-sinistra: quella che porta a ra­gionare in termini di visione globale dell’ ordinamento demo­cratico. Essa spinge a far valere un «senso dello Stato», inteso non come primato di un momento politico totalizzante, bensì come riconoscimento delle interdipendenze di pluralismo poli­tico sociale ed istituzionale, a garanzia del metodo della liberta e della realizzazione della giustizia. Di qui la necessita per la D. C. di far consistere le riforme, non già in interventi settoriali e di superficie, quanto invece in un organico processo riformatore, che incida in modo adeguato nelle contraddizioni del nostro sistema democratico, alla luce peraltro delle interdipendenze fra gli attori politici, sociali ed istituzionali dello stesso. Ad avviso della D. C. e indispensabile rispettare in proposito le indicazioni delta carta costituzionale del 1948, cogliendo tut­te le potenzialità in esse presenti per un ulteriore dispiegamen­to di una sempre maggiore convivenza democratica. Così e da mantenere saldo l’impianto dei valori fondanti della nostra de­mocrazia sancito nei principi delta costituzione. Contempora­neamente e da aggiornare I’equilibrio in essa sanzionato, in or­dine alla forma di governo par lamentare, alla funzione dei par­titi, nell’ambito del rap porto tra società pluralistica e sistema dei pubblici poteri. In definitiva per la D. C. l’obiettivo delle riforme istituziona­li, e il perfezionamento del regime democratico sanzionato dal­la Costituzione del 1948. Il che si lega alla soluzione dei proble­mi rimasti irrisolti alla costituente per contrasti fra i partiti ades­so in via di superamento, dando poi risposta alle sfide di cam­biamenti della società italiana allora non prevedibili. Si tratta in particolare di rendere possibile un Esecutivo dura­turo ed efficace, con la scelta da parte dell’elettorato di una so­lida maggioranza di coalizione e con un riordino del rapporto Governo Parlamento, che consenta efficienza del primo e del se­condo nelle funzioni proprie dell’uno e dell’altro. Inoltre oc­corre puntualizzare un equilibrio valido ed efficace fra vecchi e nuovi diritti di liberta e doveri di solidarietà, in vista del conso­lidamento di una democrazia personalistica e informatrice. Ed occorre anche per tale via riportare i partiti alloro molo insosti­tuibile per la determinazione della politica nazionale, facendo di una loro accresciuta democrazia interna la base per un rap­porto corretto, non più di occupazione ma di servizio, nei riguardi delle  istituzioni e delle formazioni sociali.

Sentiamo il dovere di riassumere il cursus politico di Ruffilli e di riportare fedelmente la sentenza di morte delle brigate rosse

Roberto Ruffilli (Forlì, 18 febbraio 1937Forlì, 16 aprile 1988) Nella sua visione politica ai partiti, dei quali ha sempre fortemente sottolineato la funzione insostituibile per la vita democratica, deve essere chiesto di prescegliere, in sede di competizione elettorale, la coalizione di Governo che andranno a formare, così da pervenire ad un sistema nel quale blocchi ideali e politici si alternino al Governo del paese. In questo modo, il cittadino è il vero arbitro nello scegliere e nel cambiare la maggioranza di Governo, e non affida ai soli partiti una delega in bianco, che rischierà di svuotare di contenuti il mandato elettorale conferito. Nel 1983 accettò di candidarsi al Senato della Repubblica, dove venne eletto nelle file della DC. Anche a Roma Ruffilli mantenne il suo stile semplice e sereno, di intellettuale discreto, di persona mite e attenta ai problemi e alle posizioni di tutti. L’attività politica di Ruffilli fu un coerente sviluppo di quella di studioso: essa lo condusse ad assumere un ruolo di primo piano nell’analisi del sistema politico italiano, oltre che nello studio e nell’elaborazione del progetto di riforma istituzionale ed elettorale. Le Brigate Rosse, il 16 aprile 1988 (a dieci anni dall’assassinio di Aldo Moro, e proprio pochi giorni dopo la nascita del nuovo governo presieduto da De Mita, che Ruffilli aveva contribuito a creare), assassinarono Roberto Ruffilli. Appena rientrato nella sua casa forlivese da un convegno in città, due finti postini suonarono alla porta della sua abitazione con la scusa di recapitargli un pacco postale; entrati nell’abitazione, lo condussero nel soggiorno, dove lo fecero inginocchiare accanto al divano per poi ucciderlo con tre colpi di pistola alla nuca.

« Sabato 16 aprile un nucleo armato della nostra organizzazione ha giustiziato Roberto Ruffilli, [...] uno dei migliori quadri politici della DC, l’uomo chiave del rinnovamento, vero e proprio cervello politico del progetto demitiano, teso ad aprire una nuova fase costituente, perno centrale del progetto di riformulazione delle regole del gioco, all’interno della complessiva rifunzionalizzazione dei poteri e degli apparati dello Stato. Ruffilli era altresì l’uomo di punta che ha guidato in questi ultimi anni la strategia democristiana sapendo concretamente ricucire, attraverso forzature e mediazioni, tutto l’arco delle forze politiche intorno a questo progetto, comprese le opposizioni istituzionali.
Firmato:
Brigate Rosse per la costituzione del Partito Comunista Combattente »

“Proporre ai cattoli italiani un itinerario non confessionale alla politica, alla statualità, alla riforma dello stato ed alla innovazione economica”. Una pagina di Giulio Andreotti  del 1984 sul codice di Camaldoli.

Per molti di noi, appartenenti al… vecchio testamento pre-democratico, parlar di Camaldoli ha un duplice significato rievocativo. Da un lato ci riporta alla annuale settimana di formazione e aggiornamento teologico, legata alla lucida comu­nicativa dell’allora don Giuseppe Siri. Ma, ancor più incisivo e tipico e il ricordo del lavoro svolto sui testo del Codice di Malines per dar vita ad un manifesto sociale dei cattolici italiani che servisse di inquadramento concettuale per gli sviluppi operativi dell’azione costruttiva della Democrazia cristiana e per un riferi­mento, stabile e super partes, nell’impatto politico con cui i cattolici si sarebbero venuti a confrontare. Il motore di questa seconda fatica fu Sergio Paronetto, brillante funzionario dell’IRI cresciuto alla scuola laica (ma cosi naturaliter christiana). Ebbi la ventura, sol perché presidente della Fuci e non davvero per una mia particolare competenza, di partecipare al piccolo cenacolo che nella Casa di Paronetto in via Guido Reni analizzava le schede di questa tela insieme profondamente moderna e nel contempo radicata nella migliore tradizione sociologica “nostra”. La rivendicazione del primato della persona umana e dei diritti della famiglia in antitesi con lo Stato onnipresente e soffocatore ci entusiasmavano; mentre l’equilibrio tra validità economica degli schemi e tutela delle dimensioni di una società a misura d’uomo costituiva la nota caratteristica e qualificante delle soluzioni proposte. Non è una Summa, ma certamente rappresenta un insieme di tesi che non sono solo, nel loro organico complesso, la mera espressione dei singoli studiosi. E’ una lettura che mi auguro venga operata largamente nel campo cattolico, ed in particolare tra i giovani affinché credano in un nostro modello e lo sostengano con perseverante fierezza  cristiana.

De Mita ed il “metodo Camaldoli”. “E’ questa, in fondo, la sfida vera dell’ispirazione cristiana della politica, la sfida di chi crede nel “sale” evangelico: comporre complessività e valori, pluralismo e progettualità, etica dei com­portamenti e rappresentanza politica degli interessi, particolare e universale, competenze tecniche e spiritualità.”

 Alcuni recenti studi e la recentissima ripubblicazione del lesto integrale del documento, ormai introvabile, nella prima edizione della Studium, hanno “riportato alla luce” il Codice di Camaldoli. Ad una attenta lettura, sulla scorta delle nostre espe­rienze democratiche e dei grandi cambiamenti economico-sociali intervenuti in questi ultimi quarant’anni, il “Codice di Camaldo­Ii” appare certamente datato. Ma insieme ai suoi limiti emergo­no le intuizioni, alcune ancora attuali, altre attuate dalla Costi­tuente, del “Codice”: dalle riforme degli anni della ricostruzione e degli anni del centro-sinistra, all’azione politica di Ezio Vanoni che, del documento fu uno degli estensori. Ma più ancora torna attuale la lezione metodologica, la testimonianza di un lavoro di gruppo, di equipes, nel quale il comune sentire, i valori di fondo che univano quel cenacolo di intellettuali cattolici, nella diversità delle competenze professionali e scientifiche, ha dato sbocco ad una concreta “Carta” progettuale d’ispirazione cristiana. Altro merito del “Codice di Camaldoli” fu senza dubbio questa capacita di utilizzare, pur partendo da una precisa fonda­zione di valori cristiani, categorie “laiche”: cioè di proporre ai cattolici italiani un itinerario non confessionale alla politica, alla statualità, alla riforma dello Stato e all’innovazione economica. Viviamo noi, infatti, una difficile stagione di transizione, ricca di segnali di novità che non possono non essere racconti, ma anche di contraddizioni, di involuzioni, di sfide che mettono alla prova la stessa ispirazione cristiana della politica, che ci interrogano come laici cattolici e come democratici laici sui nostro lavoro nelle istituzioni. La libertà e la lunga sperimenta­zione del metodo democratico, uno sviluppo economico e indu­striale forse impensabile quarant’anni fa nella sua ampiezza e rapidità, hanno arricchito la complessità di una società struttu­ralmente pluralista e articolata. Noi dobbiamo vivere con intelli­genza critica, realismo, senso di razionale responsabilità, ma non per questo mortificando quella fantasia riformatrice di cui il “Codice di Camaldoli” e una felice intuizione metodologica, evitando le tentazioni semplificatrici e nello stesso tempo colti­vando progettualità tecnicamente fondate. Quello che potrebbe essere il “Metodo Camaldoli” mi pare anzi andare proprio in senso opposto: accettare il dato reale della complessità (“la complessità del reale”, era solito dire Moro) non rassegnandosi mai alla mera amministrazione dell’esistente.  E’ questa, in fondo, la sfida vera dell’ispirazione cristiana della politica, la sfida di chi crede nel “sale” evangelico: comporre complessività e valori, pluralismo e progettualità, etica dei com­portamenti e rappresentanza politica degli interessi, particolare e universale, competenze tecniche e spiritualità.

Passaporto per Camaldoli: Forlani: “Una generale questione di verità”. “Penso che su questa esi­genza, su come ad essa si intende corrisponde­re, andrà commisurato anche il ruolo dei grup­pi di derivazione democratico cristiana nel­l’uno e nell’altro campo.”

La dilagante diffusione delle menzogne e il pili grave delitto del nostro tempo, secondo Karl Popper. (Ora Gianni Vattimo si domanda «come po­tremmo aspettarci che si dia verità nella politi­ca, e magari anche nell’amministrazione della giustizia, se molta filosofia contemporanea in­segna a diffidare della pretesa di oggettività persino quando si tratta della scienza». E ag­giunge che «ormai il bisogno di verità si rove­scia nel suo contrario e si accetta qualunque cosa, anche e soprattutto la menzogna». (La Stampa 23.1. 196).

Se così va il mondo, e lo si lascia andare, ogni risposta rischia di diventare disperata specie quando si e avvolti nelle nebbie di una lunga e ambigua transizione. Diventa anche naturale chiedersi come sarà possibile difendere le ra­gioni della democrazia. II metodo democrati­co, infatti, consiste essenzialmente nel consen­tire ai cittadini possibilità reali di giudizio, ma se gran parte della comunicazione di massa ed il clima che la alimenta concorrono sempre pili a distorcere le cose vere e a pubblicizzare teatralmente soprattutto quelle che vere non sono, e poco probabile che si abbiano poi opi­nioni popolari fondate e scelte consapevoli. Il pessimismo della ragione può lasciare anco­ra spazio a ottimismo della volontà ? Noi dobbiamo crederlo, e così sembra d1al­tronde anche al filosofo quando afferma che comunque «e fatale che si riproponga net futu­ro della politica italiana una generale questio­ne di verità».

 A questo varco indirizziamo anche noi lo sguar­do, e pero della profezia vattiana cerchiamo di raccorciare i tempi e di non lasciare l’adempi­mento soltanto al fato. E’ difficile infatti aspet­tarsi e prevedere che si aprano per incanto spazi di verità, o almeno di ricerca costruttiva e di confronto civile, affidandosi esclusivamente ai meccanismi del maggioritario e alla logica dello scontro fra schieramenti confusi ed ete­rogenei. E’ anzi da ritenere che anche la attua­le vicenda elettorale, per come si e determina­ta e per come si sta svolgendo, porti pili facil­mente ulteriori elementi di livore e di inaspri­mento in un quadro non molto dissimile da quello uscito dalla precedente consultazione. A proposito del quale nei giorni scorsi Angelo Panebianco ricordava che «nel ‘94 la ferocia degli attacchi personali incrociati, lo scontro frontale fra “armate” tese non solo a sconfigge­re elettoralmente ma anche a distruggere mo­ralmente l’armata avversaria, finirono per spar­gere e lasciare sul terreno una grandissima quantità di veleni. Subito dopo quelle elezioni era impressionante osservare la quantità di in­tolleranza, di ferocia e di odio che continuava a circolare nelle vene della società». (Corriere della Sera 18.2. ’96)

Per contrastare la deriva che gli studiosi e le persone pili attente ormai denunciano biso­gnerà allora ritrovare, nella politica e non solo nella politica, una capacita reattiva, la volontà di opporsi in modo franco alla spirale delle reciproche falsificazioni e agli istinti regressivi della sopraffazione. Penso che su questa esi­genza, su come ad essa si intende corrisponde­re, andrà commisurato anche il ruolo dei grup­pi di derivazione democratico cristiana nel­l’uno e nell’altro campo.

 Forlani e la balena bianca  Una delle congetture che avevano finito per connettersi con la balena bianca era l’idea che avesse il dono dell’ubiquità, che fosse stata incontrata nel medesimo istante a latitudini opposte. E questa idea non era priva di una qualche leggera tinta di probabilità su­perstiziosa. Poichè, siccome i segreti delle correnti dei mari non si sono sinora mai divulgati, nemmeno con le ricerche più dotte, cosi le celate vie sottomarine del capodoglio rimangono in gran parte inspiegabili per i suoi cacciatori, e hanno dato origine alle speculazioni più strambe e contraddittorie. (HERMAN MELVILLE – Moby Dick)

 

 

 

 

 

 

 

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